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Caffè Meletti di Ascoli Piceno

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  • Ristoranti tipici regionali
  • Specialità: n.d.
Ristorante non verificato

Caffè Meletti di Ascoli Piceno: ecco cosa scrivono i nostri segnalatori

È uno dei luoghi storici della città, punto di ritrovo per gli ascolani di ogni età e tappa irrinunciabile per i turisti, al pari delle altre bellezze del centro storico, ricco di palazzi, chiese, chiostri e teatri tra i vicoli e le piazze in travertino. Di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno che lo ha rilevato nel 1996 dopo la chiusura con l’obiettivo di restituirlo alla comunità come patrimonio di tutti, il Caffè Meletti è ospitato in una splendida palazzina di fine ‘800 all’angolo della rinascimentale piazza del Popolo e rappresenta da sempre un’attrazione per il suo stile liberty, per gli arredi e le pitture che ne affrescano i soffitti e il piccolo portico esterno, ma anche per un servizio che si articola durante l’intera giornata. Dalla colazione, al mattino, con la pasticceria fresca, passando per il the o per il gelato artigianale pomeridiano, fino all’aperitivo con i cocktails e con le migliori etichette nazionali ed estere, sempre accompagnati da piccoli stuzzichini dove non mancano mai le olive ascolane, sia crude che nella loro gustosa versione ripiena e fritta. Ma da qualche mese il Caffè Meletti (che deve il suo nome alla famiglia omonima produttrice della famosa Anisetta) ha finalmente riscoperto anche la sua anima più gourmet con l’apertura del ristorante sotto la guida del nuovo direttore Tarcisio Mazzitti e dello chef Roberto Di Sante. Si completa così un servizio che nell’ultimo anno, proprio in attesa della ristrutturazione della sala al primo piano, è stato limitato al pranzo con una piccola selezione di piatti e con un allestimento più informale, tra i divani in velluto, le sedie impagliate e i tavolini in ferro e marmo, alcuni dei quali con una raffinata decorazione personalizzata. Una formula di successo, quest’ultima, che rimarrà sempre per la pausa di mezzogiorno e che a cena si amplia con un menu a la carte (anche con soluzioni per i vegetariani e per i bambini) che spazia tra la tradizione picena, la valorizzazione delle tipicità locali e alcune nuove interpretazioni dello chef. Le luci appena soffuse, le comode sedute, il tovagliato in lino naturale, i colori tenui delle pareti intervallate dalle finestre che affacciano sulla piazza, contribuiscono a rendere piacevole un’atmosfera che a tavola trova il suo coronamento tra piatti gustosi e stagionali e vini che prediligono la viticoltura picena e marchiana con uno sguardo al panorama enologico nazionale. Per iniziare, il crudo di manzo con bufala, insalatina di germogli e polvere di pistacchio, il timballetto ripieno di ortaggi di stagione, la zuppetta di ceci con croccante di pane al rosmarino e anice stellato, o il patè di fegatini con cialda di parmigiano e mandorle tostate. Tra i primi sono buone le paste ripiene come nel caso dei ravioloni di burrata e mentuccia con crema di piselli, lo scherzo di tortellacci di manzo al ragù o i tortellini con il porro, ma anche gli gnocchi di patate viola con cipolle rosse e maggiorana e i tradizionali maccheroncini di Campofilone al sugo classico o con fave e pomodoro fresco. Ci sono sempre il baccalà e l’imperdibile fritto misto, insieme all’agnello panato con crema di pecorino di fossa, alla guancia di vitello al ginepro e cipollotti, al maialino laccato e cicoria selvatica, al coniglio ripieno. La golosa chiusura è affidata al crostino morbido di cioccolato con canditi di arance, gelato alla crema antica e amarene di Cantiano, ai semifreddi al pistacchio o al torrone e al tiramisu all’ascolana. Porzioni giuste, servizio attento e conto lieve. Chissà cosa avrebbero detto di un pasto così i tanti, grandi personaggi che hanno frequentato il Caffè Meletti in oltre un secolo, uomini delle istituzioni come Giuseppe Saragat e Sandro Pertini, idealiste come Simone de Beauvoir, pittori come Osvaldo Licini, musicisti come Pietro Mascagni, attori come Eduardo De Filippo, scrittori come Guido Piovene e Jean Paul Sartre, scrittori come Mario Soldati, registi come Francesco Maselli e Pietro Germi (che scelsero il Caffè per alcune scene di famosi film degli anni ’60 e ’70 così come è accaduto per recenti spot televisivi), infine, poeti eclettici come Trilussa, il quale avrebbe sicuramente concluso come si conviene da queste parti con un goccio di anisetta con un chicco di caffè.


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