Non capita spesso di trovarsi davanti a un vino che obbliga a rivedere i propri riferimenti già dal primo sorso. “Scommessa” di Santa Barbara è uno di questi. È un Verdicchio (questo il disciplinare), ma solo fino a un certo punto. Poi prende una direzione tutta sua.
Al naso è preciso e pulito, senza alcuna concessione all’esuberanza. Gli agrumi sono i protagonisti, soprattutto cedro e scorza d’arancia, accompagnati da fiori bianchi, erbe aromatiche e una leggera sfumatura tropicale. Con l’ossigenazione emergono note più profonde di pietra bagnata, mandorla fresca e una speziatura delicata, perfettamente integrata. Il legno si avverte più nella tessitura che nell’aroma e contribuisce ad ampliare il quadro senza alterare l’identità del vino.
Ma all’assaggio capisco subito che questo è un vino che dividerà l’opinione sia degli esperti, sia dei consumatori. L’ingresso è quasi tagliente. L’acidità arriva immediatamente, netta, verticale, e imprime al sorso una spinta fuori dal comune. È una scelta stilistica precisa, coraggiosa, che rende il vino vivo, dinamico e certamente mai banale. La componente salina accompagna tutta la progressione e dona profondità, mentre la struttura, importante, riempie il palato.
Tecnicismi a parte, ecco cosa ne penso del Verdicchio “Scommessa” di Stefano Antonucci
I quattordici gradi alcolici cercano chiaramente di arrotondare una freschezza fuori scala, ma l’impressione è che non riescano sempre a contenerla del tutto. È proprio qui, però, che nasce anche la riflessione più interessante. Nei primi istanti il vino appare quasi diviso tra due anime. Da una parte una tensione acida di rara intensità, dall’altra una materia ricca e matura che prova a riportare equilibrio. Alla fine il sorso non trova un assetto comodo: quel contrasto iniziale rimane percepibile e probabilmente rappresenterà l’aspetto più discusso di questo vino. C’è chi lo interpreterà come energia e personalità. Altri potrebbero leggerlo come un equilibrio ancora in evoluzione.
La chiusura è molto lunga. Restano salgemma, agrumi, una sottile vena balsamica e il classico ricordo di mandorla del Verdicchio, ma reinterpretato in una chiave decisamente contemporanea. Il bicchiere non si svuota con facilità, ma forse perché ti viene da studiarlo. Insomma, ti invita più alla riflessione che alla semplice e innocente beva.
Resta infine una domanda sulla scelta della chiusura con tappo Stelvin
Hey, fermi tutti! Adoro i vini pensati per essere commercializzati già pronti e quindi approvo l’uso del tappo Stelvin. Nessun pregiudizio, quindi, verso una soluzione che oggi offre indubbi vantaggi in termini di affidabilità e costanza qualitativa. Il dubbio nasce piuttosto dalla natura stessa di questo vino in particolare. Scommessa di Stefano Antonucci possiede struttura, acidità e complessità sufficienti per immaginare un’evoluzione affascinante nel tempo. Sarebbe interessante capire fino a dove potrebbe arrivare lasciandogli qualche libertà in più durante l’affinamento in bottiglia. Lo Stelvin garantirà certamente una conservazione impeccabile, ma potrebbe anche accompagnare il vino verso un’evoluzione più lenta e meno sfaccettata rispetto a quella che, per caratteristiche, sembrerebbe promettere.
La mia recensione in sintesi
Scommessa non cerca il consenso unanime e probabilmente non lo otterrà. È un vino che mette in discussione alcune convinzioni sul Verdicchio e lo fa senza scorciatoie. Non tutto convince allo stesso modo, soprattutto nella gestione della poderosa acidità iniziale che per mio gusto personale la trovo troppo invadente; ma è difficile non riconoscergli una qualità oggi sempre più rara: avere una personalità precisa, riconoscibile e capace di far discutere.
In un panorama dove molti vini cercano di piacere a tutti, Scommessa sceglie la strada più difficile. E forse è proprio questa la sua qualità migliore.
