Heineken, Moretti, Peroni, Nastro Azzurro, Ichnusa, Poretti, Menabrea, Dreher e Raffo sono tra le lager che riempiono frigoriferi, scaffali e banconi italiani. Ma cosa compriamo davvero? Abbiamo incrociato test di laboratorio, prove alla cieca, documenti dei produttori, dichiarazioni ambientali e informazioni societarie. Il risultato racconta un mercato molto concentrato, ricette spesso più simili di quanto suggerisca il marketing e differenze di qualità che emergono soprattutto quando il marchio viene nascosto.
La conclusione più importante va detta subito. Le analisi disponibili non descrivono un’emergenza sanitaria. Nel test pubblicato da Il Salvagente nel giugno 2026, le tracce di pesticidi rilevate erano molto basse e lontane dalle soglie di sicurezza indicate dalla rivista. Tuttavia, 17 birre su 18 presentavano almeno un residuo rilevabile. L’unica senza residui di pesticidi rintracciati nel campione analizzato era Ichnusa.
Lo stesso test ha trovato acido trifluoroacetico, TFA, in tutte le 18 birre industriali esaminate. Anche qui le concentrazioni risultavano basse. Il dato, però, è interessante perché il TFA è una sostanza estremamente persistente e oggi viene cercata con sempre maggiore attenzione nelle acque potabili e nell’ambiente.
Il secondo risultato riguarda il gusto. Quando le bottiglie diventano anonime e vengono servite a degustatori professionisti, il peso del marchio scompare. Nel test del 2026 Ichnusa è arrivata prima, Poretti 4 Luppoli seconda e Birra Messina terza. Heineken si è classificata penultima. Ultima Best Bräu di Eurospin.
Il test che cambia la prospettiva: 18 Birre industriali lager analizzate in laboratorio
Nel luglio 2026 Il Salvagente ha portato in laboratorio 18 birre bionde molto diffuse nella grande distribuzione: Forst, Moretti, Ceres, Peroni, Dreher, Heineken, Bud, Tuborg, Menabrea, Beck’s, Best Bräu, Nastro Azzurro, Raffo, Corona, Ichnusa, Birra Messina, Poretti 4 Luppoli e Finkbräu.
L’obiettivo era cercare pesticidi e PFAS. Il quadro sui fitofarmaci è risultato complessivamente rassicurante sotto il profilo delle quantità. Ichnusa è stato l’unico campione nel quale non sono stati trovati residui di pesticidi. Negli altri 17 sono state rilevate tracce minime. La rivista segnala, in alcuni campioni, anche Boscalid e Spirotetramat.
Questo dato va letto correttamente. Un test su una bottiglia o su un lotto non autorizza a scrivere che un determinato marchio contiene sempre pesticidi, né che Ichnusa ne sia sempre priva. La formulazione corretta è più prudente e più precisa: nel campione analizzato nel 2026 Ichnusa non presentava residui rilevabili, mentre negli altri 17 campioni ne sono stati rilevati in quantità molto basse.
| Marchio | Gruppo | Pesticidi nel test Salvagente 2026 | TFA | Nota |
|---|---|---|---|---|
| Ichnusa | HEINEKEN | Nessun residuo rilevato nel campione | Rilevato | Unico campione senza pesticidi rilevabili |
| Heineken | HEINEKEN | Tracce rilevate | Rilevato | Quantità indicate come molto basse |
| Moretti | HEINEKEN | Tracce rilevate | Rilevato | Ricetta con granturco |
| Dreher | HEINEKEN | Tracce rilevate | Rilevato | Ricetta con granturco |
| Peroni | Asahi | Tracce rilevate | Rilevato | Filiera italiana dichiarata per parte dei cereali |
| Nastro Azzurro | Asahi | Tracce rilevate | Rilevato | Uso dichiarato di Mais Nostrano |
| Raffo | Asahi | Tracce rilevate | Rilevato | Trasparenza di filiera specifica più limitata |
| Poretti 4 Luppoli | Carlsberg | Tracce rilevate | Rilevato | EPD con dati tecnici dettagliati |
| Menabrea | Gruppo Birra Forst | Tracce rilevate | Rilevato | Produzione storica a Biella |
Nota: la tabella indica esclusivamente ciò che è ricavabile dal test pubblicato. Non attribuisce uno specifico principio attivo a ciascun marchio quando il dato pubblico non consente di farlo.
TFA in tutte le birre: cosa significa davvero
Nel test del Salvagente il TFA è stato rilevato in tutti i campioni. La rivista descrive le quantità come molto basse e decine di volte inferiori al valore italiano previsto per le acque potabili a partire dal 2027, pari a 10 microgrammi per litro, cioè 10.000 nanogrammi per litro.
Il tema è più complesso della semplice parola PFAS. Il TFA è molto mobile, molto persistente e può derivare dalla degradazione di diverse sostanze fluorurate, comprese alcune utilizzate in agricoltura e nella refrigerazione. Trovarlo nella birra non permette di stabilire automaticamente se provenga dall’acqua, dall’orzo, dal mais, dal luppolo o da più fonti contemporaneamente.
Per dimostrare la provenienza servirebbe un’analisi separata delle materie prime e dell’acqua prima della produzione. Questo tipo di tracciamento non emerge dai test pubblici consultati. È uno dei principali vuoti informativi dell’intero settore.
La classifica alla cieca: Ichnusa prima, Heineken quasi ultima
Il Salvagente ha fatto assaggiare le 18 lager a un panel dell’Unione Degustatori Birre composto da Mauro Pellegrini, Francesco Cassone e Alessio Lisotti. I campioni erano anonimi. Sono stati osservati equilibrio, pulizia aromatica, caratteristiche gustative e difetti tecnologici.
| Posizione pubblicata | Birra | Giudizio sintetico del panel |
|---|---|---|
| 1 | Ichnusa | Equilibrata, note erbacee e floreali, lieve diacetile iniziale ma buon insieme |
| 2 | Poretti 4 Luppoli | Richiami erbacei e mielati, discreta persistenza, finale un po’ acquoso |
| 3 | Birra Messina | Difetti iniziali che tendono ad attenuarsi, buon equilibrio complessivo |
| 16 | Corona | Poco espressiva, corta e acquosa |
| 17 | Heineken | DMS e note solforate, dolcezza marcata, poco equilibrio, amaro finale ruvido |
| 18 | Best Bräu | Difetti aromatici evidenti, DMS, dolcezza e struttura acquosa |
Il risultato più controintuitivo è quello di Heineken. La ricetta è relativamente essenziale e non utilizza mais nella versione Original. Eppure, nel blind test, la birra è stata giudicata peggio di prodotti con ricette più economiche o con cereali aggiuntivi.
Questo smonta un luogo comune frequente: una birra prodotta solo con malto d’orzo non è automaticamente migliore di una lager che utilizza mais. La qualità sensoriale dipende dalla materia prima, dalla fermentazione, dalla bollitura, dalla maturazione, dalla stabilità del prodotto, dalla conservazione e dal controllo dei composti aromatici.
Birre industriali – come sono fatte: gli ingredienti principali
Acqua, malto, luppolo e lievito. È questa la formula che viene normalmente associata alla birra. Guardando le etichette delle lager industriali vendute nei supermercati italiani, però, la situazione è più articolata. Accanto al malto d’orzo compaiono spesso mais o granturco, estratto di luppolo e, in determinate ricette, zuccheri o altri ingredienti utilizzati durante il processo produttivo.
Questo non significa automaticamente che ci troviamo davanti a birre di qualità inferiore. Per capire cosa cambia realmente bisogna distinguere la funzione di ciascun ingrediente e, soprattutto, separare la composizione della ricetta dal metodo con cui la birra viene prodotta e stabilizzata.
Acqua: l’ingrediente che pesa di più
L’acqua costituisce la maggior parte della birra e le sue caratteristiche chimiche possono influenzare sensibilmente il risultato. Durezza, alcalinità e concentrazione di calcio, magnesio, solfati e cloruri incidono sul comportamento del mosto e sulla percezione finale di malto e luppolo.
Nei grandi birrifici uno degli obiettivi fondamentali è la standardizzazione. Una Heineken, una Moretti o una Peroni devono avere caratteristiche molto simili indipendentemente dal lotto. L’acqua può quindi essere controllata e trattata affinché presenti il profilo richiesto dalla ricetta.
È anche per questo che le evocazioni pubblicitarie della sorgente o del territorio vanno distinte dai dati tecnici. Sapere dove si trova il birrificio non basta necessariamente per conoscere composizione, origine e trattamenti dell’acqua che arriva nella bottiglia.
Malto d’orzo: la struttura della birra
Il malto nasce dalla germinazione controllata e dalla successiva essiccazione del cereale. L’orzo è quello maggiormente utilizzato. Durante l’ammostamento gli enzimi del malto trasformano gli amidi in zuccheri che il lievito potrà successivamente fermentare.
Il tipo di maltazione e il grado di tostatura influenzano colore e aromi. I malti più chiari possono dare note di cereale, pane e miele, mentre quelli maggiormente tostati possono sviluppare aromi di biscotto, caramello, cacao o caffè.
Non tutte le lager industriali utilizzano però esclusivamente malto d’orzo come fonte cerealicola.
Mais e granturco: perché sono presenti in tante lager italiane
È uno degli ingredienti più interessanti della nostra indagine. Birra Moretti Ricetta Originale dichiara acqua, malto d’orzo, granoturco e luppolo. Dreher utilizza la stessa sequenza di ingredienti. Anche Ichnusa classica dichiara malto d’orzo e granoturco, nella ricetta attualmente pubblicata dal produttore.
Il mais viene utilizzato come cereale complementare al malto. Permette di ottenere un mosto più fermentabile e può contribuire a produrre una birra dal corpo più leggero, dal colore chiaro e con una presenza maltata meno pronunciata. Sono caratteristiche perfettamente coerenti con molte lager destinate al grande consumo.
È facile trasformare questa scelta in un giudizio semplicistico: “il mais serve perché costa meno, quindi la birra è peggiore”. I risultati delle degustazioni raccontano però una storia diversa.
Nel test alla cieca pubblicato da Il Salvagente nel 2026, Ichnusa, che contiene granturco, è arrivata prima. Poretti 4 Luppoli, la cui documentazione tecnica storica indica anche l’impiego di granturco, è arrivata seconda. Heineken Original, che nella ricetta ufficiale non dichiara mais, si è classificata penultima.
La presenza del mais, quindi, non può essere utilizzata da sola come indicatore della qualità di una birra.
Luppolo ed estratto di luppolo: non sono esattamente la stessa cosa
Il luppolo apporta amaro e una parte importante del profilo aromatico della birra. Contiene resine, oli essenziali e numerose molecole aromatiche. Varietà, quantità e momento dell’aggiunta durante la produzione possono cambiare radicalmente il risultato.
Nelle schede delle birre industriali si incontra anche la dicitura “estratto di luppolo”. È un prodotto ottenuto concentrando componenti del luppolo e consente al birrificio di dosare con grande precisione amaro e caratteristiche aromatiche.
Per un grande produttore questa riproducibilità ha un valore enorme: milioni di bottiglie devono mantenere un profilo il più possibile costante.
L’uso di estratto di luppolo non dimostra di per sé una qualità inferiore. Indica però un approccio tecnologico nel quale controllo e standardizzazione della ricetta assumono particolare importanza.
Lievito: l’ingrediente che spesso non vediamo
Il lievito trasforma gli zuccheri fermentabili principalmente in alcol e anidride carbonica e produce numerosi composti aromatici. Il ceppo utilizzato, la temperatura di fermentazione e la gestione della maturazione hanno un peso enorme sul risultato finale.
Le lager industriali sono generalmente prodotte a bassa fermentazione. In questo tipo di birra si ricerca spesso un profilo relativamente pulito, nel quale il lievito non copra malto e luppolo con aromi fermentativi troppo intensi.
Heineken attribuisce particolare importanza al proprio ceppo A-Yeast. È un buon esempio di come il lievito possa diventare parte dell’identità sensoriale e industriale di un marchio.
Zuccheri, sciroppi e altri ingredienti
Non tutte le birre si fermano ai quattro ingredienti tradizionali. A seconda della ricetta possono essere utilizzati altri cereali, zuccheri, sciroppi, frutta, spezie o ingredienti caratterizzanti.
Nel caso esaminato nella nostra inchiesta è interessante la documentazione ambientale EPD relativa alla Poretti 4 Luppoli Originale. Il documento storico riporta acqua, malto d’orzo, granturco, luppolo e sciroppo di glucosio. Essendo una dichiarazione riferita a un determinato periodo produttivo, non va automaticamente considerata la ricetta di ogni confezione attualmente in vendita. Per conoscere la composizione corrente resta necessario controllare l’etichetta del prodotto.
Industriale e artigianale: la differenza non è quella che molti pensano
Qui bisogna sfatare un altro luogo comune. Una birra non diventa “artigianale” perché utilizza ingredienti migliori, perché contiene più luppolo, perché è torbida o perché costa di più.
In Italia esiste una definizione legale precisa. La legge 154 del 28 luglio 2016 definisce artigianale la birra prodotta da un piccolo birrificio indipendente e non sottoposta, durante la produzione, a pastorizzazione e microfiltrazione.
Il piccolo birrificio artigianale deve essere legalmente ed economicamente indipendente da altri birrifici, utilizzare impianti fisicamente distinti, non produrre sotto licenza altrui e non superare una produzione annua di 200.000 ettolitri.
Questo significa che la legge non stabilisce che una birra artigianale debba contenere solo acqua, malto, luppolo e lievito. Un birrificio artigianale può utilizzare frumento, avena, segale, mais, riso, zucchero, miele, frutta, spezie e numerosi altri ingredienti, a seconda dello stile e della ricetta.
La differenza legale tra industriale e artigianale riguarda quindi soprattutto struttura del produttore e trattamento della birra, non una lista di ingredienti “permessi” per una categoria e “vietati” per l’altra.
| Caratteristica | Birra industriale | Birra artigianale italiana |
|---|---|---|
| Ingredienti base | Acqua, malto, luppolo, lievito. Possibili cereali complementari, estratti e altri ingredienti | Acqua, malto, luppolo, lievito, con ampia libertà di utilizzare altri cereali e ingredienti |
| Mais e altri cereali | Frequenti in numerose lager | Possibili. La qualifica “artigianale” non li vieta |
| Obiettivo produttivo | Elevata costanza tra lotti, grandi volumi, lunga distribuzione | Dipende dal birrificio e dalla ricetta. Maggiore libertà di differenziazione |
| Pastorizzazione | Può essere utilizzata per aumentare stabilità microbiologica e commerciale | Non ammessa dalla definizione legale italiana di birra artigianale |
| Microfiltrazione | Può essere utilizzata | Non ammessa durante la produzione dalla definizione legale |
| Dimensione produttore | Nessun limite legato alla categoria | Massimo 200.000 ettolitri annui per la definizione italiana |
| Indipendenza | Può appartenere a un grande gruppo | Il piccolo birrificio deve essere legalmente ed economicamente indipendente |
| Qualità garantita dalla categoria? | No | No. “Artigianale” è una definizione produttiva e giuridica, non un voto organolettico |
Quindi l’artigianale è migliore?
Non necessariamente. Ed è probabilmente la distinzione più importante per il consumatore.
La parola “artigianale” non è una certificazione di bontà. La normativa italiana non assegna un punteggio alla qualità del malto, non stabilisce quanto debba essere pregiato il luppolo e non garantisce che una birra sia priva di difetti di fermentazione. Stabilisce invece chi può utilizzare quella denominazione e quali processi non possono essere applicati.
Una lager industriale prodotta bene può quindi essere tecnicamente più pulita di una birra artigianale realizzata male. Allo stesso modo, un bravo birrificio indipendente può utilizzare quantità e varietà di malto e luppolo, ceppi di lievito e tecniche di fermentazione che sarebbero poco convenienti o difficili da standardizzare nella produzione di milioni di ettolitri.
La differenza più concreta sta quindi nella filosofia produttiva. La grande industria tende a privilegiare ripetibilità, stabilità e capacità di sopportare una distribuzione lunga. Il piccolo birrificio può permettersi maggiore variabilità e sperimentazione, ma deve rinunciare, se vuole utilizzare legalmente la denominazione “birra artigianale”, a pastorizzazione e microfiltrazione. In questo articolo comunque abbiamo fatto una selezione di 30 birre artigianali che abbiamo reputato “virtuose”.
Il punto da ricordare quando leggiamo un’etichetta
La lista degli ingredienti racconta solo una parte della storia. Sapere che una birra contiene mais oppure che è prodotta esclusivamente con malto d’orzo non permette di stabilire da solo quale sia migliore.
Per giudicare seriamente una birra bisognerebbe conoscere qualità e provenienza delle materie prime, caratteristiche dell’acqua, quantità e varietà del luppolo, ceppo di lievito, fermentazione, maturazione, eventuali trattamenti di stabilizzazione, condizioni di conservazione e, infine, il risultato nel bicchiere.
È proprio su questo terreno che la distinzione tra immagine commerciale e qualità reale diventa interessante. Una ricetta apparentemente più “pura” può produrre una birra mediocre, mentre una lager con mais può risultare più equilibrata in una degustazione alla cieca. I risultati emersi nell’indagine sulle grandi marche italiane lo mostrano piuttosto chiaramente.
Diacetile e DMS: i segnali tecnici da guardare più del marketing
Due termini ricorrono nel giudizio dei degustatori: diacetile e dimetilsolfuro, spesso abbreviato in DMS.
Il diacetile nasce naturalmente durante la fermentazione. In una lager, se rimane in quantità percepibili, può ricordare burro, popcorn o caramella mou. Può essere associato a una maturazione non completamente pulita. Il DMS può invece dare sensazioni di mais cotto, verdure bollite o cavolo. È legato ai precursori presenti nel malto e alla gestione del processo di produzione.
Nel test, Ichnusa mostrava una lieve presenza iniziale di diacetile ma conservava un buon equilibrio. Poretti presentava qualche imperfezione ma una buona persistenza. Heineken, invece, è stata penalizzata dalla combinazione di DMS, note solforate, dolcezza e scarso equilibrio.
Chi possiede le birre che sembrano concorrenti
Lo scaffale del supermercato dà l’impressione di una grande scelta. Guardando le proprietà societarie, il quadro cambia. Diversi marchi che sembrano concorrenti appartengono agli stessi gruppi.
| Marchio | Gruppo industriale | Osservazione |
|---|---|---|
| Heineken | HEINEKEN N.V. | Marchio globale del gruppo |
| Birra Moretti | HEINEKEN | Marchio italiano controllato dal gruppo |
| Ichnusa | HEINEKEN | Prodotta interamente ad Assemini secondo HEINEKEN Italia |
| Dreher | HEINEKEN | Parte del portafoglio italiano del gruppo |
| Peroni | Asahi Europe & International | Società soggetta a direzione e coordinamento Asahi |
| Nastro Azzurro | Asahi | Uno dei marchi globali strategici del gruppo |
| Raffo | Asahi, tramite Birra Peroni | Marchio nel portafoglio Birra Peroni |
| Poretti | Carlsberg Group | Carlsberg Italia è interamente controllata dal gruppo danese |
| Menabrea | Gruppo Birra Forst | Nel gruppo dal 1991, produzione storica mantenuta a Biella |
HEINEKEN da sola riunisce quindi Heineken, Moretti, Ichnusa, Dreher e Birra Messina. Asahi controlla Peroni, Nastro Azzurro e Raffo. Carlsberg controlla Poretti. Menabrea fa parte del Gruppo Birra Forst.
Il consumatore vede nove etichette. Dietro quelle nove etichette, però, si muovono quattro grandi poli industriali.
Heineken: ricetta semplice, risultato sensoriale deludente
HEINEKEN Italia indica per Heineken Original acqua, malto d’orzo, estratto di luppolo e lievito A-Yeast. La gradazione dichiarata è 5% vol. La società descrive un processo produttivo di 28 giorni.
La ricetta non prevede granturco. Questo potrebbe farla apparire, sulla carta, più vicina a una lager interamente basata sull’orzo. Il blind test del Salvagente mostra però che la composizione della ricetta non basta per prevedere il risultato nel bicchiere. Heineken si è classificata penultima tra le 18 lager testate.
Nel campione analizzato erano presenti tracce di pesticidi, poiché Ichnusa è risultata l’unica delle 18 senza residui rilevati. Era presente anche TFA.
Birra Moretti: granturco nella Ricetta Originale
La scheda ufficiale HEINEKEN indica per Moretti Ricetta Originale acqua, malto d’orzo, granturco e luppolo. Un’altra versione del sito Moretti include anche estratto di luppolo nell’elenco ingredienti, elemento che suggerisce di verificare sempre l’etichetta del formato e del mercato acquistato.
Il granturco viene utilizzato in molte lager industriali per alleggerire il corpo e rendere il profilo più neutro. Non costituisce da solo un difetto qualitativo.
Nel 2025 Altroconsumo ha inoltre confrontato alla cieca alcune birre tradizionali con le corrispondenti versioni analcoliche. Nel caso di Moretti, la Zero ha raggiunto un gradimento simile alla Ricetta Originale. È un risultato interessante perché indica quanto il profilo delle lager industriali moderne possa essere ricostruito anche eliminando l’alcol.
Ichnusa: il caso più forte dell’inchiesta
Ichnusa classica è una lager da 4,7% vol. La scheda HEINEKEN indica acqua, malto d’orzo, granturco e luppolo. È interamente prodotta e imbottigliata nel birrificio di Assemini, in Sardegna, secondo la documentazione ufficiale del gruppo.
Nel test del Salvagente del 2026 è l’unica birra nella quale non sono stati rilevati residui di pesticidi. È anche arrivata prima nella degustazione alla cieca.
Questa combinazione la rende il caso più interessante tra i grandi marchi analizzati. Non significa che ogni lotto futuro avrà gli stessi risultati, ma nel test disponibile Ichnusa è riuscita a unire il miglior giudizio sensoriale con l’assenza di pesticidi rilevabili.
Va distinta dalla Ichnusa Non Filtrata. Quest’ultima è dichiarata puro malto d’orzo e utilizza acqua, malto d’orzo, luppolo e lievito. La Ichnusa classica contiene invece granturco.
Dreher: ricetta industriale classica, poca trasparenza sulla filiera
Dreher appartiene a HEINEKEN. La lager da 4,7% vol dichiara acqua, malto d’orzo, granturco e luppolo.
Sulla composizione di base il produttore è chiaro. Molto meno facile è ricostruire pubblicamente la provenienza geografica puntuale dell’orzo, del granturco e del luppolo destinati a Dreher. Nel test del Salvagente il campione presentava tracce di pesticidi e TFA, ma la parte pubblica dell’inchiesta non permette di attribuire con precisione uno specifico principio attivo a Dreher.
Peroni e Nastro Azzurro: proprietà giapponese, filiera italiana dichiarata
Peroni, Nastro Azzurro e Raffo fanno capo a Birra Peroni, società soggetta alla direzione e al coordinamento di Asahi Europe & International.
Birra Peroni comunica in modo abbastanza esplicito la propria strategia sulle materie prime. La società indica acqua, malto d’orzo, lievito, luppolo e Mais Nostrano tra gli ingredienti centrali della produzione e lega il Mais Nostrano in particolare a Peroni Nastro Azzurro.
È un caso interessante di separazione tra origine del marchio, luogo di produzione e nazionalità della proprietà. Il marchio e una parte rilevante della filiera sono italiani, mentre il controllo societario è giapponese.
Nel test 2026 Peroni e Nastro Azzurro rientrano nei 17 campioni con residui di pesticidi rilevati in tracce e nei 18 contenenti TFA.
Raffo: marchio territoriale, informazioni tecniche meno granulari
Raffo è nel portafoglio Birra Peroni e quindi nel perimetro Asahi. Nel test del Salvagente è stata analizzata insieme agli altri grandi marchi.
La criticità, dal punto di vista giornalistico, non riguarda un dato negativo specifico ma la minore disponibilità di informazioni tecniche pubbliche facilmente verificabili sulla provenienza puntuale dell’acqua e delle materie prime della singola referenza. Per questo è opportuno evitare affermazioni assolute sulla provenienza pugliese dell’intera ricetta senza documentazione di lotto.
Poretti 4 Luppoli: il marchio con uno dei documenti tecnici più dettagliati
Poretti appartiene a Carlsberg. La 4 Luppoli Originale è prodotta nello stabilimento di Induno Olona, in provincia di Varese.
La vecchia dichiarazione ambientale di prodotto certificata, riferita ai dati produttivi del 2018 e approvata nel 2020, è molto più dettagliata delle normali pagine marketing. Indica una lager da 5% vol prodotta con acqua, malto d’orzo, granturco, luppolo e sciroppo di glucosio.
Il documento specifica inoltre che la produzione avviene a Induno Olona. Carlsberg descrive il sito come legato alle sorgenti della Valganna e cita la Fonte degli Ammalati. In altra documentazione aziendale sono indicate due fonti utilizzate per la produzione: Fontana degli Ammalati e Fontana Mulini Grassi.
Nel test sensoriale del 2026 Poretti 4 Luppoli è arrivata seconda. È un dato rilevante perché dimostra ancora una volta che l’utilizzo di granturco o sciroppo di glucosio non determina automaticamente un risultato sensoriale peggiore.
Bisogna però precisare che l’EPD consultata non è un documento aggiornato al 2026. È una fotografia tecnica del prodotto e del processo riferita al periodo dichiarato. Per la ricetta corrente l’etichetta fisica resta la fonte più aggiornata.
Menabrea: gruppo Forst, produzione a Biella e acqua delle Alpi biellesi
Menabrea ha una posizione diversa rispetto ai grandi marchi multinazionali. Dal 1991 fa parte del Gruppo Birra Forst, ma continua a produrre a Biella. La stessa Menabrea dichiara che il birrificio storico è rimasto nel cuore della città.
Il produttore lega in modo esplicito l’identità della birra alle acque delle Alpi biellesi e sostiene di utilizzare malti e luppoli selezionati dal mastro birraio.
Sulla proprietà, la comunicazione commerciale insiste sulla continuità familiare della gestione, mentre i documenti societari e la storia ufficiale confermano l’ingresso nel Gruppo Birra Forst. Non c’è contraddizione: gestione, identità del marchio e appartenenza societaria sono piani diversi.
Anche Menabrea faceva parte del test 2026. Il campione rientra quindi nei 17 con residui fitosanitari rilevati in tracce e nei 18 con TFA.
L’acqua è il grande punto cieco
La birra è composta in larga parte da acqua, ma proprio l’acqua è una delle componenti meno trasparenti per il consumatore quando si prova a ricostruire la filiera marchio per marchio.
HEINEKEN spiega in termini generali che per la produzione della birra vengono utilizzate acque sotterranee, di sorgente o di falda, con caratteristiche adeguate al prodotto. Il gruppo pubblica molti dati sull’efficienza idrica degli stabilimenti, ma questo non equivale a conoscere la sorgente esatta dell’acqua utilizzata in ogni bottiglia di Moretti o Dreher.
Per Ichnusa la produzione è chiaramente localizzata ad Assemini. Per Poretti Carlsberg indica le sorgenti della Valganna e dispone di documentazione più dettagliata. Menabrea lega esplicitamente il prodotto alle acque delle Alpi biellesi. Per Peroni esistono documenti storici relativi a pozzi e stabilimenti, ma attribuire a una bottiglia contemporanea una sorgente specifica richiede informazioni aggiornate e riferite al sito produttivo indicato in etichetta.
Questo è uno dei punti più importanti dell’indagine. Dire che una birra è sarda, pugliese, piemontese o lombarda non significa necessariamente che tutte le sue materie prime provengano da quel territorio.
Mais nella birra: è davvero sinonimo di bassa qualità?
No. Il mais può ridurre il corpo e alleggerire il profilo maltato, caratteristiche spesso ricercate nelle lager industriali. Può anche essere utilizzato per ragioni economiche e tecnologiche. Ma la sua presenza non basta per stabilire la qualità della birra.
Il confronto più semplice viene dal test del 2026. Ichnusa classica contiene granturco ed è arrivata prima. Poretti 4 Luppoli contiene granturco ed è arrivata seconda. Heineken Original non dichiara granturco ed è arrivata penultima.
La formula “puro malto uguale qualità, mais uguale birra scadente” non regge alla prova dei dati sensoriali.
Altroconsumo: quando le analcoliche si avvicinano alle classiche
Nel 2025 Altroconsumo ha confrontato alla cieca versioni tradizionali e analcoliche di alcuni marchi molto diffusi. Moretti e Poretti hanno ottenuto un livello di gradimento simile nelle due versioni. Tra le analcoliche testate, Poretti è risultata la più apprezzata, seguita da Heineken, poi Moretti e Peroni a pari merito.
Il test non è direttamente confrontabile con quello del Salvagente. Non cercava gli stessi contaminanti e aveva un obiettivo diverso. È comunque utile per capire quanto il profilo delle lager industriali sia costruito sulla regolarità e sulla riconoscibilità più che sulla complessità aromatica.
La nostra matrice finale: qualità, trasparenza e filiera
| Marchio | Ricetta documentata | Acqua e stabilimento | Test contaminanti 2026 | Indicazione sensoriale | Trasparenza |
|---|---|---|---|---|---|
| Ichnusa | Acqua, malto d’orzo, granturco, luppolo | Prodotta e imbottigliata ad Assemini | Unica senza pesticidi rilevati, TFA presente | 1ª nel blind test | Buona |
| Poretti 4 Luppoli | EPD storica: acqua, malto, granturco, luppolo, sciroppo di glucosio | Induno Olona, sorgenti Valganna dichiarate | Tracce di pesticidi, TFA presente | 2ª nel blind test | Molto buona sul processo |
| Menabrea | Materie prime selezionate, ricetta storica | Biella, acque delle Alpi biellesi dichiarate | Tracce di pesticidi, TFA presente | Non tra le 3 migliori o peggiori pubblicate | Buona |
| Peroni | Filiera dichiarata per malto e cereali italiani | Più stabilimenti italiani | Tracce di pesticidi, TFA presente | Non tra gli estremi pubblicati | Buona sulle materie prime |
| Nastro Azzurro | Mais Nostrano dichiarato | Sistema produttivo Birra Peroni | Tracce di pesticidi, TFA presente | Test Altroconsumo discreto | Buona |
| Moretti | Acqua, malto d’orzo, granturco, luppolo | Rete produttiva HEINEKEN Italia | Tracce di pesticidi, TFA presente | Non tra gli estremi pubblicati | Media |
| Dreher | Acqua, malto d’orzo, granturco, luppolo | Rete produttiva HEINEKEN Italia | Tracce di pesticidi, TFA presente | Non tra gli estremi pubblicati | Media |
| Raffo | Informazioni pubbliche meno granulari | Sistema produttivo Birra Peroni | Tracce di pesticidi, TFA presente | Non tra gli estremi pubblicati | Da migliorare |
| Heineken | Acqua, malto d’orzo, estratto di luppolo, A-Yeast | Produzione di gruppo | Tracce di pesticidi, TFA presente | 17ª nel blind test | Buona sulla ricetta, meno sulla filiera specifica |
La vera conclusione: il problema non è il mais, è quanto poco sappiamo della filiera
Se si guarda solo ai contaminanti, il test più recente è complessivamente rassicurante. Le tracce di pesticidi sono molto basse e il TFA è stato rilevato a livelli contenuti. Se si guarda alla qualità sensoriale, invece, emergono distanze evidenti tra prodotti che sullo scaffale sembrano molto simili.
Il dato più sorprendente resta Ichnusa. Nel campione analizzato non mostrava pesticidi rilevabili ed è arrivata prima all’assaggio. Poretti ha ottenuto il secondo posto e dispone di una documentazione tecnica sulla produzione superiore alla media del settore. Heineken, pur con una ricetta essenziale e un posizionamento internazionale molto forte, è finita quasi in fondo alla prova sensoriale.
Ma la questione più interessante per il consumatore è un’altra. Per molti marchi è relativamente facile sapere chi possiede l’azienda, quanti gradi ha la birra e quali ingredienti principali contiene. È molto più difficile ricostruire la provenienza esatta dell’orzo, del mais e del luppolo, i trattamenti agricoli effettuati, la sorgente dell’acqua utilizzata per un determinato lotto e i risultati analitici interni sui contaminanti.
In altre parole, il settore sa raccontare molto bene la storia dei marchi. Racconta molto meno la storia di ogni singola bottiglia.
Come leggere questi risultati senza farsi ingannare
Un residuo rilevabile non equivale a un rischio sanitario. Un campione pulito non garantisce che tutti i lotti futuri saranno identici. Il fatto che una birra contenga mais non significa che sia scadente. L’appartenenza a una multinazionale non dimostra una qualità inferiore, così come una storia locale non garantisce automaticamente una filiera locale al cento per cento.
Per scegliere in modo più informato conviene guardare quattro elementi: risultati di test indipendenti, ingredienti effettivi, trasparenza sulla provenienza delle materie prime e qualità sensoriale misurata alla cieca. Il marchio, da solo, dice molto meno di quanto siamo portati a credere.
Fonti consultate
- Il Salvagente, test su 18 birre, pesticidi e PFAS, 26 giugno 2026
- Il Salvagente, giudizio dei degustatori, 18 luglio 2026
- Altroconsumo, test alla cieca birre classiche e analcoliche, 7 agosto 2025
- Altroconsumo, guida alla birra
- HEINEKEN Italia, Heineken Original
- HEINEKEN Italia, Birra Moretti
- HEINEKEN Italia, Ichnusa
- HEINEKEN Italia, Dreher
- HEINEKEN Italia, birrifici e presenza industriale
- Birra Peroni, materie prime
- Birra Peroni, portafoglio marchi e appartenenza ad Asahi
- Carlsberg Italia, EPD Birrificio Angelo Poretti 4 Luppoli Originale
- Carlsberg Italia, birrificio di Induno Olona e sorgente della Valganna
- Birra Menabrea, sito ufficiale
- Birra Menabrea, storia e ingresso nel Gruppo Birra Forst
- Unioncamere, profilo storico Birra Menabrea
- Neotron, aggiornamento normativo italiano PFAS e TFA nelle acque potabili
Nota metodologica: questo articolo, scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale per la ricerca delle fonti, mette insieme test indipendenti e dichiarazioni dei produttori. Le dichiarazioni aziendali su origine, qualità e sostenibilità sono riportate come tali e non vengono equiparate a verifiche di laboratorio indipendenti. I risultati analitici riferiti ai contaminanti descrivono i campioni testati e non possono essere estesi automaticamente a tutti i lotti in commercio. Fonti controllate il 10 agosto 2026.
