Tannino Marittimo: sulla sabbia di Milano Marittima tra vini, sommelier e interior design

Tannino Marittimo: sulla sabbia di Milano Marittima tra vini, sommelier e interior design

Sabato 12 settembre 2026 il Club Milano 273, uno stabilimento balneare in fondo a viale Spalato, si trasforma per un pomeriggio in una rassegna enoculturale. Si chiama Tannino Marittimo, è alla prima edizione, ha la regia di Luca Gardini e mette in fila nove cantine che compaiono anche nella Guida de L’Espresso. Si degusta dalle 16, alle 17 c’è un talk sul vino contemporaneo con un’incursione nell’interior design della ristorazione, e si chiude verso le 20.30. Ingresso gratuito, ma solo con prenotazione o invito. Tra le bottiglie da tenere d’occhio: Scommessa, il Verdicchio di Santa Barbara fermentato con un lievito che nessuno usava così.

Un bagno, nove cantine e un sommelier che ha già vinto tutto

Diciamolo subito: l’idea di fare una rassegna del vino dentro un bagno di Milano Marittima a metà settembre ha qualcosa di romagnolo nel senso migliore del termine. La stagione sta finendo, gli ombrelloni si chiudono, e invece di smontare tutto qualcuno decide di riempire la spiaggia di calici. Il Club Milano 273 organizza, Luca Gardini dirige. Su Gardini serve poca presentazione, ma facciamola bene. È stato Miglior Sommelier del Mondo nel 2010 (WSA) e dal 2025 cura la Guida ai Vini e ai Ristoranti de L’Espresso. Le nove cantine di Tannino Marittimo le ha scelte lui e, non a caso, sono tutte realtà che figurano anche nella guida. Il che rende la selezione coerente, e allo stesso tempo un po’ autoreferenziale. Non è una critica, è una lettura: chi va a Milano Marittima sabato assaggia il gusto di Gardini, non un campionario neutrale delle Marche o della Romagna.

Il formato è quello che negli ultimi anni funziona meglio: banchi con il produttore dietro, nessun tavolo apparecchiato, nessuna cena a otto portate. Si gira, si chiede, si assaggia. Al momento dell’accredito danno una tasca con il calice ufficiale, che fa da pass per tutte le isole di degustazione. Il finger food lo curano il Club stesso e il Ristorante Le Ghiaine di Cervia, locale sulla Romea Nord nato dove vent’anni fa c’era una cava di ghiaia, e famoso più per la carne alla brace e il mezzo metro di piadina che per la cucina di pesce. Insomma, non ci saranno le solite tartine.

Le nove cantine, una per una

Il Piemonte porta tre banchi, ma con un’avvertenza. La Spinetta dei Rivetti, quella del rinoceronte in etichetta, sta a Castagnole delle Lanze e ha fatto la sua fortuna prima con il Moscato d’Asti e poi con i Barbaresco di cru, quando negli anni Novanta i “modernisti” della barrique facevano litigare mezza Langa. Contratto, a Canelli, è la casa spumantistica più antica d’Italia, fondata nel 1867 e specializzata nel metodo classico. È di proprietà degli stessi Rivetti dal 2011. Palladino, invece, è Serralunga d’Alba nel senso più letterale: la cantina sta nella piazza del paese, nell’edificio che apparteneva ai Cappellano, dove nel 1870 un farmacista mise a punto la ricetta del Barolo Chinato. I Palladino hanno rilevato tutto nel 1974 e oggi fanno Barolo di cru come l’Ornato e la riserva San Bernardo.

Toscana e Sicilia funzionano allo stesso modo. Tenuta Sette Ponti, a Castiglion Fibocchi nel Valdarno di Sopra, è dei Moretti Cuseri, famiglia arrivata al vino dalla calzatura di lusso: Oreno, il loro taglio bordolese, è finito due volte nella Top 10 di Wine Spectator. Feudo Maccari, a Noto, è la loro filiale siciliana, messa insieme intorno al 2000 comprando piccoli appezzamenti da più di cinquanta proprietari diversi, con il Nero d’Avola ad alberello come bandiera. Quindi: nove cantine, ma sette famiglie. Non è un difetto, però è una cosa da sapere quando si legge “nove realtà selezionate”.

Il resto della lista è più eterogeneo. Fattoria di Grignano sta a Pontassieve, nel Chianti Rufina, ed è degli Inghirami, altro nome del tessile italiano prestato al vino: seicento ettari di tenuta, agricoltura biologica e un Sangiovese che in quella zona tende a essere più nervoso e longevo che nel Chianti Classico. Bersi Serlini, a Provaglio d’Iseo, ha fatto la prima bottiglia di Brut in Franciacorta nel 1970 in una cantina costruita dai monaci di Cluny; oggi produce intorno alle 200.000 bottiglie in regime biologico, remuage ancora a mano, con qualche riserva che aspetta in bottiglia oltre dieci anni.

Poi c’è Ronc Platát, il nome che quasi nessuno in sala conoscerà. In friulano significa più o meno “casa in collina nascosta”, e il fondatore, Tommaso Zanuttini, cividalese classe 1988, ha lasciato una carriera da avvocato per piantare vigne nei Colli Orientali. Sei ettari, una manciata di bianchi (Friulano su tutti, alcuni affinati in barrique) e una ponca, la marna del posto, che fa la differenza. Nella selezione è la scommessa vera di Gardini, quella su cui il pubblico non ha ancora opinioni preconfezionate.

E infine Santa Barbara dalle Marche, che merita un paragrafo a parte.

Scommessa, il Verdicchio che non voleva fare il Verdicchio

Stefano Antonucci, ex bancario che negli anni Ottanta rileva una piccola cantina a Barbara, entroterra anconetano, oggi produce intorno al milione di bottiglie l’anno, oltre metà all’estero. Il vino che porta il suo nome è un Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore, e l’annata 2021 ha preso 100/100 su Gardini Notes 2024. Il rapporto con Gardini, in effetti, è vecchio: nel 2018 lo stesso critico aveva dato 94 allo Stefano Antonucci 2015 e un punteggio alto anche al Tardivo ma non Tardo 2016. Che oggi la cantina finisca tra le nove selezionate per Tannino Marittimo, quindi, non è una sorpresa. È una relazione di lunga data messa in vetrina.

Stefano Antonucci con il suo nuovo verdicchio "Scommessa"

Ma il vino di cui si parlerà sabato si chiama Scommessa. È un Marche Bianco IGT 2025 da Verdicchio in purezza, circa 6.000 bottiglie, non filtrato, presentato in anteprima a Vinitaly e poi lanciato in luglio con una serata da kermesse: videomessaggi di Roberto Mancini e Bruno Barbieri, voce fuori campo di Francesco Repice, catering di Uliassi e Cedroni. Roba da inaugurazione di stadio, per un bianco.

Il punto tecnico, spogliato della retorica, è questo. Scommessa arriva a 14 gradi con circa 12 grammi litro di acidità totale, quando un bianco normale sta tra 5 e 7. Sulla carta è un vino che non dovrebbe stare in piedi. Ci sta grazie a un lievito, la Lachancea thermotolerans, un non-Saccharomyces che vive sulla pruina dell’uva e che durante la fermentazione converte parte degli zuccheri in acido lattico invece che in alcol. L’enologo Daniele Rotatori lo ha inoculato in sequenza con il Saccharomyces classico, in acciaio, per quattro settimane. La Lachancea thermotolerans in sé non è una novità: la ricerca enologica la studia da anni proprio come risposta al cambiamento climatico, ma è la prima volta a essere usata su uve mature per costruire un bianco strutturato, e non su uve vendemmiate in anticipo per creare basi acide da taglio.

Il talk delle 17: la sala conta quanto il bicchiere

La tavola rotonda, un’ora circa condotta da Gardini, tiene insieme sostenibilità, comunicazione, territorio e turismo. Sono le solite quattro parole che compaiono in ogni programma dal 2015 in poi, ma stavolta c’è un ingrediente meno scontato: l’interior design dei ristoranti.

Debora Venturi

A parlarne sarà Debora Venturi di Cesena. La sua tesi, in sintesi: una cucina forte ha bisogno di uno spazio che la sostenga, e quello spazio è fatto di ritmo, luce e proporzioni, prima ancora che di estetica.

È un tema che nel food & beverage viene spesso liquidato con “il locale è carino”. Chiunque abbia mangiato un piatto eccellente sotto un neon da sala d’attesa, o bevuto un grande rosso su uno sgabello alto senza schienale, sa che non è così. Che un evento sul vino dedichi spazio a chi disegna le sale è, se non altro, un segno che qualcuno ha capito dove si perde la partita dell’esperienza.

Le parole di Gardini, tradotte

Gardini alla stampa dice che il vino evolve con la tecnologia e che l’innovazione amplifica il territorio, indicando proprio Scommessa come esempio di coraggio produttivo. Tradotto, per chi non lavora nel marketing del vino: il critico che ha dato 100 punti a un Verdicchio della cantina ha invitato quella cantina alla propria rassegna e ne indica il vino più sperimentale come modello. Coerente, senza dubbio. Se sia anche un giudizio indipendente lo dirà il bicchiere, che per fortuna sabato sarà lì a disposizione di tutti.

L’appuntamento

Sabato 12 settembre 2026, Club Milano 273, viale Spalato, Milano Marittima. Apertura alle 16 con le nove cantine ai banchi e i produttori a raccontare. Alle 17 il talk. Poi assaggi liberi fino alle 20.30 circa, con punti acqua per pulire il palato tra un’isola e l’altra.

Un consiglio da chi ha frequentato troppe di queste giornate: arrivate alle 16, non alle 18. I produttori parlano meglio quando hanno ancora voce, e Scommessa va assaggiato a mente fresca, prima che il finger food di carne vi sposti sui rossi.

Tannino Marittimo Rassegna Milano Marittima oggi

L’ingresso è gratuito ma a numero chiuso, solo con prenotazione o invito, fino a esaurimento posti. Il modulo è sul profilo Instagram @tanninomarittimo; in alternativa tanninomarittimo@gmail.com o il telefono del Club, 0544 994335.