Cerca un ristorante

Effettua una ricerca su tutto il nostro database ristoranti.

Antica Trattoria Ferrari di Pavia

4.5/5
  • 42 visualizzazioni
  • Migliori Ristoranti
  • Prezzo medio: € 35,00 - € 55,00
  • Via dei Mille 111 - 27100 Pavia (PV)
Partner sostenitore Acquista lo spazio
Engenia Web Agency servizi marketing
Ristorante verificato

Antica Trattoria Ferrari: l'esperienza raccontata da Giovanni Mastropasqua

Cibo
4/5
Ottimo
Servizio
4/5
Ottimo
Atmosfera
5/5
Eccellente
Tradizione / Innovazione
80% / 20%
Fortemente orientati alla tradizione

L'Antica Trattoria Ferrari è uno di quei ristoranti in cui mangiare significa anche entrare nella memoria gastronomica di Pavia. Nel Borgo Ticino, davanti alla chiesa di Santa Maria in Betlem, la trattoria conserva un'identità costruita attorno alla cucina lombarda e pavese, alle paste fatte in casa, ai risotti, alla selvaggina, alle carni e ai prodotti dell'Oltrepò. Una storia che attraversa il Novecento, arriva fino a Mario Soldati e Gianni Brera e continua oggi con la famiglia Bianchi. Tino e Mariangela hanno guidato per anni il locale e il figlio Guerrino ne porta avanti l'eredità, mantenendo saldo il rapporto con la tradizione ma concedendosi qualche divagazione creativa. Anche l'ambiente contribuisce al fascino: legno, cotto, mobili d'epoca, vecchie stampe e oggetti carichi di memoria convivono con tavole curate e una sorprendente presenza di piante. Vale la pena conoscerla soprattutto per questo: non propone semplicemente ricette territoriali, ma permette di avvicinarsi a quella Pavia gastronomica che rischia altrove di sopravvivere soltanto nei libri.

Cosa mangiare presso Antica Trattoria Ferrari a Pavia: risotti, Pisarei e Fasò, ravioli di brasato, anatra al Bonarda e sapori dell'Oltrepò

Per capire l'Antica Trattoria Ferrari bisogna partire dalla geografia. Non quella disegnata sulle mappe, ma quella che si può mettere nel piatto. Pavia, il Ticino, la pianura, le colline dell'Oltrepò e persino quella cucina di fiume che appartiene a un mondo gastronomico sempre più difficile da incontrare compaiono, in forme diverse, nel menu.

La carta ha innanzitutto un pregio: parla una lingua comprensibile. Gli ingredienti vengono dichiarati, gli accostamenti raccontati senza costruzioni inutilmente complicate e dietro molte preparazioni si riconosce immediatamente una matrice lombarda. La tradizione, però, non diventa immobilità.

Il capitolo dei primi è particolarmente ampio. Ci sono i Pisarei e Fasò, piatto popolare e sostanzioso, e il Risotto alla Vogherese, che già nel nome sposta il baricentro verso l'Oltrepò. Accanto compaiono il risotto con porcini e mirtilli e quello con fichi e San Daniele, esempi di una cucina che ama lavorare sul contrasto tra dolcezza, sapidità e profumi del sottobosco.

I risotti sembrano avere un posto importante anche nella memoria dei clienti: nelle recensioni raccolte vengono espressamente indicati fra le preparazioni da provare. La documentazione fornita mostra inoltre una valutazione complessiva di 4 su 5 su Tripadvisor, basata su 1.481 recensioni, con giudizi specifici di 4,2 per cibo e atmosfera al momento dell'acquisizione dei dati.

Poi c'è la pasta fresca, elemento che racconta forse ancora meglio l'identità della cucina. La trattoria dichiara di produrre internamente paste, ravioli e gnocchi, utilizzando 38 tuorli d'uovo per ogni chilogrammo di farina, una Tipo 1 macinata a pietra del Mulino Ferrari di Certosa. È un particolare tecnico, ma dice molto: dietro un raviolo si vuole far percepire il lavoro della cucina.

Tra le proposte ci sono i tagliolini al tuorlo e tartufo d'Oltrepò, le tagliatelle con trito d'anatra e zafferano, le crespelle con radicchio, ricotta e crema di Taleggio e il raviolone di porcini al burro e prezzemolo.

Particolarmente rappresentativi sono i ravioli di brasato con sugo di brasato. È una cucina che non teme le intensità: fondo di carne, pasta all'uovo, cotture lente, burro, formaggi, funghi. Ingredienti e tecniche appartenenti a una Lombardia gastronomica che qui non viene alleggerita fino a renderla irriconoscibile.

Persino quando il menu prende una strada più contemporanea, come nei ravioli croccanti di baccalà con crema di cipolle rosse, rimane una certa concretezza.

La stessa filosofia continua nei secondi.

Il petto d'anatra al Bonarda e pesche gialle mette insieme uno dei vini simbolo dell'Oltrepò e una componente fruttata; la guancia di manzo al Bonarda e cipolle dolci riporta invece il vino dentro una preparazione lenta e confortante. Ci sono poi il coniglio disossato con olive taggiasche e pinoli, gli straccetti di vitello ai porcini e basilico e la battuta di vitello con tartufo d'Oltrepò e sfoglia di tuorlo.

Ma per chi desidera comprendere un frammento più raro della gastronomia locale, la curiosità maggiore potrebbe essere il misto croccante di fiume, composto da rane, arborelle, trota e gamberetti.

Le rane, soprattutto, non sono una presenza casuale. Riportano direttamente a uno degli episodi più suggestivi della storia della trattoria e alla visita di Mario Soldati e Gianni Brera. Ordinare oggi un piatto legato alla cucina d'acqua dolce significa quindi ritrovare, almeno idealmente, una parte di quel paesaggio gastronomico raccontato oltre mezzo secolo fa.

Non mancano le lumache alla Borgognona, mentre la selezione di formaggi lombardi DOP con miele di castagno completa il racconto regionale.

Anche i dolci mantengono un legame con il territorio. Il semifreddo al tartufo d'Oltrepò con cioccolato fuso, i Brasadè d'Oltrepò con zabaione e i Baci di Dama accompagnati dal Moscato d'Oltrepò fanno sì che il territorio continui a farsi sentire fino alla conclusione del pasto.

È proprio questa continuità a caratterizzare la proposta: non una cucina lombarda evocata attraverso due o tre piatti obbligatori, ma un menu nel quale prodotti, vini e ricette locali tornano continuamente.

Storia dell'Antica Trattoria Ferrari

Per raccontare l'Antica Trattoria Ferrari bisogna tornare almeno al 1957 e a una frase che sembra l'inquadratura iniziale di un film.

Mario Soldati descriveva la trattoria guardando contemporaneamente ciò che le stava di fronte: la facciata in cotto, romanica e lombarda, di Santa Maria in Betlem e lo stradone che si allontanava tra due file di edifici bassi.

Non era arrivato da solo.

Con lui c'era Gianni Brera, pavese, giornalista, scrittore e profondo conoscitore della cultura gastronomica della sua terra. L'occasione era una degustazione di rane fritte, ma quell'incontro diventò un'immersione molto più ampia nella cucina pavese.

Salame d'oca, risotti, bolliti, polenta con selvaggina oppure con il gorgonzola, funghi di pianura, tartufi delle colline: emerge un repertorio gastronomico che racconta un territorio di confine fra risaie, fiume, campagne e Oltrepò.

È importante ricordarlo perché permette di capire che l'aggettivo “Antica”, qui, non funziona semplicemente come elemento decorativo dell'insegna.

Il locale appartiene alla memoria della città.

Dopo la stagione del Ferrari è iniziata quella della famiglia Bianchi. Tino Bianchi e la moglie Mariangela hanno guidato la trattoria per anni, custodendone l'impronta. Poi è arrivato il passaggio generazionale: il figlio Guerrino Bianchi, cresciuto tra le cucine del padre, porta oggi avanti la tradizione familiare.

Ed è probabilmente proprio nel passaggio fra generazioni che si comprende il menu contemporaneo.

La cucina ricevuta in eredità non viene abbandonata, ma nemmeno trasformata in un museo. Rimangono risotti, brasati, anatra, polenta, porcini, tartufi, rane e vini dell'Oltrepò; accanto a questi arrivano mirtilli, pesche, fichi, lavorazioni croccanti e accostamenti che permettono alle ricette di respirare nel presente.

Tradizione e creatività, in questo caso, non hanno bisogno di combattersi.

La prima fornisce la grammatica. La seconda permette di continuare a parlarne la lingua.

Ed è forse questo il modo più interessante per conservare una trattoria storica: non replicare meccanicamente ciò che si cucinava settant'anni fa, ma mantenere riconoscibile il luogo dal quale quella cucina proviene.

C'è infine un dettaglio geografico impossibile da trascurare. Siamo nel Borgo Ticino, quella parte di Pavia in cui il rapporto con il fiume non è un concetto astratto. Vicoli, case, orti e acqua costruiscono un paesaggio che aiuta a capire perché la cucina pavese sia diventata ciò che è.

Il ristorante, quindi, non potrebbe essere spostato indifferentemente altrove senza perdere qualcosa. La sua storia appartiene anche al quartiere.

Ambiente e atmosfera dell'Antica Trattoria Ferrari a Pavia

Entrando all'Antica Trattoria Ferrari si ha una sensazione abbastanza rara: quella di trovarsi in un ambiente che non sembra essere stato progettato a tavolino per sembrare antico.

Gli oggetti hanno invece l'aria di essersi accumulati nel tempo.

Il cotto, i mattoni a vista, il legno scuro, le credenze, i tavoli e le sedie tradizionali costituiscono la base della sala. Alle pareti compaiono stampe antiche, fotografie, documenti e ricordi della vecchia Pavia. Una vecchia insegna della Trattoria Ferrari continua a osservare la sala quasi fosse un reperto di famiglia.

Poi lo sguardo comincia a incontrare gli oggetti.

Una zuppiera di porcellana decorata, mobili d'epoca, bottiglie, vecchi utensili, un grammofono e persino apparecchiature cinematografiche d'altri tempi. Non sembrano semplici accessori ornamentali: creano piuttosto quella piacevole impressione di trovarsi in una casa nella quale qualcuno abbia conservato le cose perché avevano una storia.

E in mezzo a questa memoria materiale esplode il verde.

Pothos, grandi piante tropicali e vasi sospesi occupano diversi angoli delle sale, scendono dall'alto e si insinuano fra mobili, finestre e travi. È un contrasto sorprendentemente efficace. Il legno e il cotto potrebbero rendere l'ambiente severo; le piante lo alleggeriscono e gli restituiscono vitalità.

È qui che convivono le due anime del Ferrari.

Da una parte c'è la trattoria, nel significato più rassicurante del termine: calore, materia, memoria, una sala che non vuole intimorire chi entra. Dall'altra rimane una compostezza quasi borghese.

Le tovaglie ben distese, i calici, le porcellane, l'ordine della mise en place e la buona conservazione degli arredi suggeriscono che questo sia stato a lungo un luogo importante nella socialità pavese. Quella sensazione non è scomparsa. Si è semplicemente fatta meno rigida.

È un'eleganza che non ha bisogno del lusso contemporaneo per dichiararsi.

Anzi, il fascino nasce proprio dall'assenza di quell'omologazione che rende tanti ristoranti di città piacevoli ma intercambiabili. Qui difficilmente si potrebbe dimenticare dove ci si trova. Cotto, mobili, stampe, piante e cimeli costruiscono un'identità precisa.

Le fotografie fornite mostrano anche grandi finestre ad arco, schermate da tende bianche, attraverso le quali entra una luce morbida. Le lampade diffondono invece una tonalità più calda sulle pareti e sul legno. Il risultato è un ambiente che può essere luminoso durante il giorno e diventare più raccolto la sera.

Nella bella stagione cambia ancora: il racconto storico del locale richiama anche la possibilità di sedersi nel giardino, aggiungendo una dimensione più silenziosa e appartata all'esperienza.

È interessante confrontare queste impressioni con quelle dei clienti. Le recensioni recenti contenute nella documentazione parlano più volte di cucina, ambiente e servizio con apprezzamento; una coppia che aveva scelto il ristorante per il proprio anniversario definisce il posto incantevole e il servizio impeccabile, mentre un cliente pavese che dichiara di esserci tornato più volte segnala in particolare i risotti e la cucina locale. Non mancano osservazioni critiche: una recensione del maggio 2026, pur giudicando molto buono e accurato quanto mangiato, lamenta una sala percepita come fredda e alcuni aspetti del servizio. Sono testimonianze soggettive, ma utili a restituire un quadro meno artificiosamente uniforme.

Ed è forse proprio qui che si chiude il cerchio.

All'Antica Trattoria Ferrari il piatto non è separato dalla stanza, e la stanza non è separata dalla città. Il risotto, il Bonarda, le rane, i porcini e il tartufo d'Oltrepò hanno intorno mobili e oggetti che appartengono allo stesso racconto. Fuori c'è Borgo Ticino. Davanti, Santa Maria in Betlem. Poco più in là, il fiume.

E da qualche parte, nella memoria del luogo, sembrano essere rimasti anche Mario Soldati e Gianni Brera seduti a un tavolo davanti a un piatto di rane fritte.

È questo, più di ogni altra cosa, a rendere interessante l'Antica Trattoria Ferrari: la possibilità di assaggiare Pavia mentre, contemporaneamente, la si ascolta raccontare.


Foto Direttore Editoriale Giovanni Mastropasqua Recensione a cura di:
Giovanni Mastropasqua

Direttore Editoriale

Marche



w3 Validator