Cerca un ristorante

Effettua una ricerca su tutto il nostro database ristoranti.

Osteria 1861 di Castellabate

5.0/5
  • 3 visualizzazioni
  • Osterie e Trattorie
  • Prezzo medio: € 35,00 - € 55,00
  • Via Valentino Izzo, 1, 84048 Santa Maria di Castellabate - 84048 Castellabate (SA)
Partner sostenitore Acquista lo spazio
Engenia Web Agency servizi marketing
Ristorante verificato

Osteria 1861: l'esperienza raccontata da Massimo Penna

Cibo
5/5
Eccellente
Servizio
5/5
Eccellente
Atmosfera
5/5
Eccellente
Tradizione / Innovazione
50% / 50%
Equilibrio tra tradizione e innovazione

C'è un odore particolare che si respira appena entrati all'Osteria 1861 di Castellabate; legno vissuto misto a pietra antica e qualcosa che assomiglia vagamente al mare anche quando si è seduti lontano dalle finestre. Non è un caso che questo ristorante nel cuore del Cilento - a un passo dal litorale di Santa Maria di Castellabate - porti il peso di un nome che è anche una data, 1861. E quel peso, lontano dall'opprimerlo, lo rende solido, credibile, vero. Alla guida del ristorante troverete Antonio Tafuro, chef capace di trasformare la tecnica più sofisticata in qualcosa che sa ancora di casa. Lo consigliamo perché qui la segnalazione delle guide più autorevoli, non ha cambiato la cosa più importante: la sensazione, rara e preziosa, di essere ospiti veri, non semplici clienti seduti a un tavolo.

Osteria 1861: la storia che precede la cucina

Bisogna partire da lontano per capire l'Osteria 1861, da un'epoca in cui quelle stesse mura non profumavano di cucina ma di fumo e di fichi messi a essiccare al sole. Era un magazzino, uno spazio di lavoro puro, legato a due pratiche antiche e fondamentali per la sopravvivenza contadina del Cilento: l'affumicatura delle carni e l'essiccazione della frutta. Il 1861, anno in cui la struttura prende forma, lo stesso del Regno d'Italia, non è mai stato un dettaglio decorativo è un'eredità che il ristorante porta con la naturalezza di chi non ha bisogno di spiegarsi. Il salto verso ciò che l'Osteria è oggi avviene nel 2016, quando Antonio Tafuro ne assume la guida.

Originario di Sarno, in provincia di Salerno, Tafuro non arriva da percorsi accademici prestigiosi ma da qualcosa di più intimo: il laboratorio di pasticceria del padre, dove fin da ragazzo imparava il rigore quasi matematico delle dosi, la pazienza necessaria a una lievitazione, il rispetto assoluto per la materia che si lavora. Sono lezioni che non si dimenticano, e infatti riemergono ancora oggi, decenni dopo, nella precisione con cui lo chef costruisce i suoi dolci e nella sensibilità con cui tratta ogni consistenza in cucina. Dal 1995 in avanti, il suo percorso si snoda tra l'Italia e la Svizzera, attraversando ristoranti di tradizione e cucine stellate, il Tre Olivi di Paestum e il bistellato Taverna Estia restano due tappe fondamentali, due scuole d'eccellenza campana che gli regalano tecnica solida e la capacità, non scontata, di parlare con i prodotti del Sud senza scadere nel folklore di maniera. Quando arriva all'Osteria 1861, nel 2016, qualcosa cambia: il ristorante trova finalmente la voce che cercava, e l'attenzione della critica nazionale comincia, lentamente ma inesorabilmente, a guardare verso questo angolo di Cilento, fino alla segnalazione della Guida Michelin a partire dall'edizione 2022. Tafuro, però, non lavora solo, al suo fianco, in sala, due presenze che fanno la differenza: Isidoro Bronzo, sommelier capace di trasformare ogni calice in un piccolo racconto, mai distaccato, sempre genuinamente curioso di trovare l'abbinamento perfetto e Federico Lotano, il maître che con discrezione quasi invisibile decide i tempi della serata, sa quando avvicinarsi al tavolo e quando, semplicemente, lasciare che il silenzio faccia il suo lavoro.

Ambiente e atmosfera dell'Osteria 1861 di Santa Maria di Castellabate

Qui dentro, il tempo sembra procedere su due velocità diverse. Da un lato c'è la pietra grezza delle pareti, le volte basse, le travi di legno scuro che attraversano il soffitto come cicatrici di un'epoca preunitaria, un'architettura che racconta apertamente il suo passato di magazzino rurale, senza vergogna e senza nostalgia. Dall'altro, un arredamento che parla un linguaggio molto più contemporaneo: sedute moderne, linee pulite, tavoli in legno nudo che non cercano di competere con la storia del luogo, ma che semplicemente le si affiancano con discrezione. Il bello dell'Osteria 1861 è che non esiste un solo modo di viverla.

C'è chi preferisce il lungomare, con il mare che si apre davanti agli occhi a ogni boccone. C'è chi sceglie la sala interna, con le sue pareti di pietra che sembrano custodire ancora l'eco di chi ci lavorava un secolo e mezzo fa. E poi c'è il giardino, piccolo e romantico, dove le piante rigogliose creano un microclima che fa sembrare il tempo immobile, sospeso. Tre ambienti, tre atmosfere diverse, e la stessa identica sensazione di essere, in qualche modo, a casa.

Il Cilento in tavola, calice dopo calice

Quello che succede nel piatto, all'Osteria 1861, è in fondo la naturale prosecuzione di tutto il resto: memoria che si trasforma in visione, senza che l'una tradisca l'altra. Tafuro lavora sul pescato locale con una delicatezza quasi reverenziale, ma è negli ingredienti di terra che si percepisce tutta la sua conoscenza del Cilento, il fico bianco, la cipolla di Vatolla, il cacioricotta, le alici di Menaica, i fagioli dell'occhio, i friarielli. Un vocabolario antico messo al servizio di una scrittura completamente nuova. La cena comincia nel modo più scenografico possibile: sul terrazzo, con il Golfo di Castellabate che si tinge di tramonto e un calice di Champagne Brut Carte d'Or di Drappier in mano. Arrivano i primi assaggi, tartellette con tonno e cipollotto, tacos con cocktail di gamberi, coni croccanti di baccalà mantecato, maritozzi al burro di bufala con alici sotto sale e si capisce immediatamente che la serata seguirà un ritmo fatto di piccole sorprese continue, mai eccessive, sempre golose.

Da provare senza esitazione la ceviche di triglia, fresca e precisa, accompagnata da un calice di Champagne Fleur de Rosé Grand Cru di Michel Arnould & Fils. E poi la seppia a bassa temperatura con maionese di cozze, un piatto che gioca su due livelli, la delicatezza della seppia cotta lentamente e la sorpresa di un bignè al nero di seppia servito a lato, con hamburger di seppia e crema di bufala.

Il vero momento di teatro arriva con l'astice in tre servizi: la coda scottata, il sandwich, e infine un tortello ripieno di patate affumicate con ristretto di astice, tre modi diversi di raccontare lo stesso crostaceo, tre intensità diverse nello stesso boccone, abbinati a un Verdicchio di Matelica Terramonte 2023.

Imperdibili anche i tortelli fatti in casa con pasta di piselli, ricotta di bufala, canocchie e bottarga, forse il piatto più rappresentativo dell'identità cilentana di tutto il menu e la pasta mista mantecata con zuppetta di pesce, capace di restituire in un solo cucchiaio l'essenza più profonda del mare locale.

Chiude la parte salata la pizzaiola, un omaggio quasi affettuoso alla tradizione, abbinata a un Barolo "Il Bricco" di Pio Cesare 2021, una scelta enologica che dimostra come, da queste parti, l'abbinamento non segua mai regole scontate.

I dolci proseguono con la medesima cura: un babà con crema allo zabaione, un cremoso ai frutti rossi, e un calice di Picolit di Muzic 2016 a fare da degno sigillo finale.
La carta dei vini, firmata da Isidoro Bronzo, si muove con sicurezza tra i grandi vitigni campani, Fiano, Greco, Aglianico, senza però rinunciare a esplorare etichette italiane ed europee di grande personalità, come il Riesling Schieferterrassen di Heymann-Löwenstein o la Biancolella Gawem di Antonio Mazzella.

Per chi desidera affidarsi completamente, l'Osteria propone anche un menu mare, un menu di terra, e un menu al buio interamente nelle mani dello chef, un atto di fiducia che restituisce, in cambio, un racconto compiuto della stagione in corso.

Santa Maria di Castellabate e il Cilento da scoprire

Uscire dall'Osteria 1861 significa, quasi sempre, ritrovarsi davanti a uno dei borghi più belli del Cilento e la tentazione di restare per qualche giorno di più è forte.
Castellabate, arrampicato sulla collina che domina il golfo, merita la salita solo per il panorama che si apre dall'alto: vicoli di pietra, un centro storico medievale ben conservato, e quella luce che a un certo punto della giornata sembra fatta apposta per questo posto, non a caso fu scelto come set per "Benvenuti al Sud".

Il lungomare di Santa Maria, più in basso, regala invece un'atmosfera diversa, più rilassata, perfetta per una passeggiata serale.
Chi ha tempo per spingersi oltre troverà il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, patrimonio UNESCO e i suoi paesaggi sospesi tra costa e montagna.

Paestum, a una ventina di minuti, custodisce templi greci tra i meglio conservati al mondo, un'esperienza che vale il viaggio anche per chi non è un appassionato di archeologia.

E per chi cerca ancora mare, Punta Tresino e Agropoli offrono calette nascoste e acque trasparenti, un epilogo perfetto per chi vuole prolungare la sosta cilentana.


Lasciare l'Osteria 1861 produce sempre lo stesso piccolo, dolce dispiacere. Non perché la serata sia finita, ma perché ci si accorge solo allora, uscendo, con il sapore del babà ancora in bocca, di quanto si stesse bene. Quel luogo antico e vivo, quell'accoglienza calda quasi senza sforzo, quella cucina generosa: tutto insieme costruisce qualcosa che assomiglia, semplicemente, a una piccola felicità.
 


Foto  Massimo Penna Recensione a cura di:
Massimo Penna

Puglia



w3 Validator