



















Ristorante Condividere: l'esperienza raccontata da Massimo Penna
Nel quartiere Aurora di Torino, dentro i muri di una ex centrale elettrica del 1897, ha preso forma uno dei progetti gastronomici più originali della ristorazione italiana contemporanea. Il ristorante Condividere porta nel nome la sua filosofia più profonda, l’alta cucina come esperienza collettiva, concepita dal genio visionario di Ferran Adrià e portata in tavola ogni giorno dalla cucina di Federico Zanasi. Lo consigliamo perché qui i confini tra tradizione e contemporaneità si dissolvono naturalmente, in piatti dal sapore netto e riconoscibile, dentro una delle scenografie più spettacolari che la ristorazione italiana sappia offrire, firmata dal premio Oscar Dante Ferretti.
Da Bob Noto a Ferran Adrià: una visione che diventa ristorante
Tutto ha origine da una figura molto amata nel mondo della gastronomia italiana: Bob Noto, fotografo, intellettuale del cibo e frequentatore instancabile delle migliori tavole europee. Nei primi anni 2010, durante i suoi spostamenti tra Spagna, Francia e Italia, matura una convinzione sempre più netta: l’alta cucina stava cambiando profondamente il proprio linguaggio. Sempre più insegne abbandonavano la rigidità formale per abbracciare un modello più dinamico, fondato sulla condivisione dei piatti, su ritmi di servizio più liberi e su un’atmosfera capace di mettere a proprio agio chiunque.
Torino, città raffinata ma storicamente cauta di fronte alle innovazioni gastronomiche, non aveva ancora un luogo in grado di incarnare questo spirito. Nel frattempo, la famiglia Lavazza stava attraversando una delle fasi più ambiziose della propria storia. All’inizio del decennio, l’azienda avvia un grande progetto di riqualificazione urbana nel quartiere Aurora, zona storicamente industriale della città, che porta alla nascita della Nuvola Lavazza, inaugurata nel 2018. Non solo uffici, ma un polo culturale vero e proprio: museo aziendale, spazi per eventi, ristorazione.
Per dare contenuto concreto a questa visione, serve una mente capace di ripensare la ristorazione dalle fondamenta. La scelta cade su Ferran Adrià, figura centrale della cucina contemporanea mondiale, coinvolto non come chef residente ma come architetto del concetto: trasformare la grande cucina in un’esperienza conviviale, accessibile, condivisa. Un’idea semplice nell’enunciato, radicale negli effetti. Da qui il nome: Condividere.
Tradurre un’idea in piatti quotidiani richiede però una figura diversa, capace di incarnare quella visione giorno dopo giorno. Questa figura è Federico Zanasi. Nato nel 1975 a Castelfranco Emilia, terra dove il cibo è linguaggio comune prima ancora che cultura, Zanasi si forma all’Istituto Alberghiero di Serramazzoni e costruisce il proprio percorso con metodo e curiosità.
Le esperienze lo portano negli Stati Uniti e in Spagna, ma è in Italia che la sua identità professionale si definisce con maggiore precisione, attraverso la lunga e decisiva collaborazione con Moreno Cedroni. È in quel contesto che sviluppa le coordinate del suo stile: tecnica rigorosa, selezione severa della materia prima, libertà interpretativa nel confrontarsi con la tradizione.
Nel 2016 assume la guida della cucina di Condividere, e nel 2019, sotto la sua direzione, arriva la stella Michelin, conferma tangibile di una proposta gastronomica solida, personale, difficile da imitare.
Una scenografia firmata Oscar
Condividere occupa l’ex centrale elettrica costruita nel 1897 dall’ingegnere torinese Ermenegildo Perini, oggi completamente ripensata all’interno del complesso della Nuvola Lavazza.
L’ingresso è volutamente discreto, quasi anonimo, una soglia che prepara alla sorpresa, senza anticiparla. Perché ciò che si trova dentro non assomiglia a nessun ristorante che si sia visto prima.
A disegnare gli interni è Dante Ferretti, scenografo tre volte premio Oscar, celebre per il sodalizio con Martin Scorsese e Federico Fellini.
Il risultato è uno spazio che non si presenta come un ristorante tradizionale: è una scenografia vera, costruita per essere vissuta da dentro, dove ogni elemento concorre a creare un’atmosfera irripetibile.
Ciò che colpisce immediatamente è la convivenza di mondi apparentemente lontani tra loro. Il carattere industrial dell’edificio originale, tubi, ingranaggi, strutture metalliche a vista, dialoga con graffiti cartoon e rimandi alla pop art, mentre intrecci di metallo traforato trasformano i materiali grezzi della fabbrica in un ornato quasi barocco, con suggestioni mediorientali del tutto inaspettate.
Una parete intera è coperta di orologi, alcuni dei quali segnano i fusi orari delle principali capitali mondiali del caffè, un omaggio dichiarato di Ferretti al tempo, il bene più prezioso e meno rinnovabile che esista.
Specchi, citazioni visive alla moka e alla tazzina, riferimenti cinematografici disseminati in ogni angolo rendono la sala un set in perenne movimento, dove gli ospiti sono al tempo stesso spettatori e protagonisti della rappresentazione.Al centro di tutto, il bancone con vista cucina ispirato allo stile del Tickets dei fratelli Adrià: un palcoscenico nel palcoscenico, dove il lavoro della brigata diventa parte integrante dello spettacolo. A fine cena gli ospiti si trasferiscono in una sala dedicata ai dolci, arredata con l’atmosfera di una raffinata torrefazione, che svela finalmente e con eleganza il legame con Lavazza, fino a quel momento tenuto deliberatamente sullo sfondo. Nella bella stagione, il dehors sulla piazza e il gazebo esterno prolungano la serata verso l’esterno, tra le luci del quartiere Aurora.
Il risultato complessivo è uno spazio che riesce nell’impresa difficilissima di essere contemporaneamente chic e informale, spettacolare ma mai freddo, pensato per favorire socialità e movimento senza sacrificare un grammo di eleganza.
Tradizione e avanguardia nel piatto
La cucina di Zanasi sfugge a qualsiasi etichetta precisa, e probabilmente è questo il suo tratto più autentico.
Parla italiano con una cadenza internazionale, si nutre di tradizione senza esserne prigioniera, costruisce piatti attorno a un’idea chiara: che il gusto venga prima di tutto, e che la sorpresa arrivi subito dopo. Sapori netti, riconoscibili, mai sovraffollati di elementi.
Una cucina che dà piacere e nello stesso tempo spinge a pensare.
Il menu “Grand Festival” prende il via con uno Champagne Blanc de Noirs Bio di Charles Dufour e una sequenza di aperture già rivelatrici: meringhe al miele caramellato con quenelle di gelato al gorgonzola, olive “liquide” in omaggio diretto ai fratelli Adrià, wafer con foie gras e composta di fichi, patate “soufflé” farcite di salsa tonnata, tartare di fassona e il katsu sando, filetto di fassona impanato e fritto, racchiuso in una meringa salata e tostata, un boccone che già da solo racconta l’anima ibrida e ironica della cucina di Zanasi.
Tra i piatti che restano più a lungo nella memoria, l’omaggio a El Bulli, cipolla caramellata, zabaione, crema di patate e tartufo bianco è un momento di pura goduria, un collegamento diretto tra la grande stagione della cucina spagnola d’avanguardia e la sensibilità piemontese. I batsoà, terrina di piedini di maiale con anguilla cotta al vapore, salsa al prezzemolo ed erbe spontanee, reinterpretazione di un antico piatto povero piemontese, dimostrano quanto Zanasi sappia rendere nobile la cucina contadina senza toglierle un grammo di carattere, abbinati a uno Chambolle-Musigny 2020 di Morgan Truchetet.
Da non perdere il “Gnocco burro e oro”, in cui gli gnocchi vengono realizzati senza farina, senza patate e senza uova, ma con sola passata di pomodoro datterino, un piccolo capolavoro di sottrazione che sorprende ad ogni assaggio.
Lo spaghettone del Pastificio Gentile mantecato con salsa concentrata di seppia e nero di seppia, polvere di limone e acetosella, abbinato al Munjebel Rosso 2022 di Frank Cornelissen, è un piatto di grande carattere e profondità.
La quaglia in crosta con salsa di miso, rosmarino e zenzero, in abbinamento a un Barolo Tre Tine 2020 di Giuseppe Rinaldi, chiude la parte salata con un pairing di assoluto livello.
I dessert mantengono la stessa cifra: una meringa con sorbetto alla mela verde e shiso apre la parte dolce, seguita da un piatto con mandorla, cioccolato e lime, completato da un babà all’amaretto di Saronno e gelato allo yogurt, abbinati a un Lustau Sherry Pedro Ximenez della cantina Murillo.
La carta dei vini affianca la cucina con scelte di carattere e respiro internazionale, dallo Chardonnay dell’Arbois Pupillin di Philippe Bornard al Sobrenatural spagnolo di Menade, fino ai grandi nomi della Borgogna e del Piemonte, confermando un approccio al pairing libero, capace di dialogare con la natura ibrida e giocosa del menu.
Torino oltre Condividere
Condividere si trova all’interno della Nuvola Lavazza, nel quartiere Aurora, una delle zone di Torino che negli ultimi anni ha conosciuto la trasformazione urbana e culturale più interessante della città.
All’interno dello stesso complesso, il Museo Lavazza ripercorre la storia dell’azienda e della cultura del caffè con un percorso multimediale di grande qualità, che vale una visita prima o dopo la cena. Il quartiere Aurora, storicamente operaio e multietnico, è oggi uno dei laboratori urbani più vivaci di Torino, con gallerie indipendenti, locali originali e progetti di rigenerazione che ne fanno una delle aree più interessanti da esplorare a piedi.
Pochi minuti separano Condividere da Piazza della Repubblica e dal celebre Mercato di Porta Palazzo, uno dei più grandi mercati all’aperto d’Europa, un richiamo irresistibile per chi ama il cibo nelle sue forme più immediate e genuine.
Da non perdere il Museo Egizio, secondo al mondo solo a quello del Cairo per ricchezza di collezione, e la Mole Antonelliana, simbolo indiscusso della città, che ospita il Museo Nazionale del Cinema, omaggio non casuale a una storia cinematografica che, attraverso Dante Ferretti, ha contribuito a disegnare l’identità stessa di Condividere.
Torino, spesso sottovalutata nel panorama gastronomico italiano, si rivela così un territorio di sorprese continue, capace di tenere insieme industria, cultura e alta cucina con la stessa naturalezza con cui Condividere tiene insieme tradizione e avanguardia.
Uscendo da Condividere resta la sensazione precisa di aver vissuto qualcosa di difficile da catalogare: un’esperienza costruita su più livelli, la scenografia, il servizio, i piatti, il vino, dove ogni elemento concorre al risultato finale senza mai sovrastare gli altri.
Una cucina che sa divertire senza smettere di pensare, in un luogo che Torino, probabilmente, meritava da tempo.
Recensione a cura di:Massimo Penna
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