














Recensione Ristorante Famiglia Rana di Oppeano a cura del nostro giornalista
C’è una parola che riassume la cucina di Francesco Sodano al ristorante Famiglia Rana di Verona: inevitabile. Inevitabile il successo, inevitabile la seconda stella Michelin e inevitabile la sensazione, uscendo dal Ristorante, che la terza sia solo una questione di tempo. Sodano ha costruito qualcosa di raro: una cucina di altissima tecnica che osa senza perdere mai di vista l’unica cosa che conta davvero, la gratificazione dell’ospite. Ogni piatto racconta una storia precisa, di territorio, di memoria, di tecnica, senza che nulla risulti forzato o didascalico.
È questa la vera cifra stilistica di Sodano: la capacità di rendere semplice ciò che è straordinariamente complesso. Una tappa obbligata per chiunque voglia capire dove sta andando la grande cucina italiana.
Radici al Sud, stella al Nord, la storia del ristorante Famiglia Rana di Verona
Il Ristorante Famiglia Rana nasce dalla visione di Gian Luca Rana, erede di quella tradizione familiare che ha reso il cognome Rana sinonimo di pasta fresca nel mondo. Non un ristorante come semplice vetrina aziendale, ma un progetto culturale autentico: un luogo dove la grande cucina d’autore dialoga con il territorio, con la natura, con la storia di una valle che porta i segni di tremila anni di vita umana. La scelta di affidare questa cucina allo chef Francesco Sodano racconta molto delle ambizioni del progetto. Sodano è nato a Somma Vesuviana, ai piedi del Vesuvio, in un contesto dove il cibo è memoria, identità, appartenenza.
Cresciuto tra i sapori forti e netti della tradizione campana, sin da ragazzo ha intrapreso un percorso formativo rigoroso accanto ad alcuni dei più importanti protagonisti della cucina italiana contemporanea. Con Anthony Genovese ha affinato la capacità di costruire piatti di grande complessità aromatica mantenendo equilibrio e pulizia, con Oliver Glowig ha approfondito la precisione tecnica e il rigore nella gestione della materia prima. Due scuole diverse, due linguaggi complementari, che Sodano ha saputo fondere in una voce del tutto personale. Prima di approdare in Veneto, aveva già lasciato un segno profondo al Faro di Capo d’Orso sulla Costiera Amalfitana, dove la sua cucina, intensa, emotiva, capace di raccontare il mare e la roccia senza retorica, aveva convinto critica e pubblico appassionato, nonostante il territorio difficile per una cucina d’avanguardia.
Lì era già visibile quella capacità rara di mettere la tecnica al servizio del gusto, e non il contrario.
Il passaggio al Ristorante Famiglia Rana ha rappresentato una sfida importante: costruire una nuova identità culinaria in un territorio completamente diverso, lontano dal mare, immerso nella pianura padana, una sfida affrontata con la stessa determinazione silenziosa che caratterizza ogni sua scelta professionale.
La seconda stella Michelin, conquistata dopo pochi anni dall’arrivo, non è stata una sorpresa per chi lo seguiva; una conferma naturale di un percorso costruito con disciplina, sacrificio e una fede incrollabile nel proprio lavoro. Uno chef che punta con decisione verso traguardi sempre più ambiziosi, e per il quale la terza stella non appare più come un sogno lontano, ma come una possibilità concreta.
L’Ambiente, quando la natura entra in sala
Il ristorante si trova a Vallese di Oppeano, immerso nella campagna del basso veronese, all’interno dell’Oasi Naturalistica della Valle del Feniletto.
Già l’arrivo è un’esperienza: dopo chilometri di pianura padana, la proprietà si apre inaspettata, con galline che razzolano libere, alberi da frutto, vigneti, spighe di grani antichi e un orto biologico che cambia faccia con il variare delle stagioni.
La proprietà comprende anche scuderie con cavalli e un frutteto dove sono stati reimpiantati alberi di varietà dimenticate dall’agricoltura convenzionale, una scelta precisa, che riflette la filosofia di un luogo che vuole essere quanto più possibile sostenibile e autosufficiente.
Il locale è ricavato dalle mura di quello che un tempo era un edificio dedicato allo stoccaggio di tabacco e riso, prodotti storicamente tipici della zona.
La ristrutturazione non lo ha snaturato, lo ha reinterpretato con intelligenza, le linee architettoniche conservano la memoria rurale, ma sono state addolcite da materiali contemporanei, luci calde e arredi essenziali che trasmettono eleganza senza rigidità.
Gli spazi sono distribuiti su tre livelli: la sala principale al piano terra, raccolta e silenziosa con una ventina di coperti; un salotto al primo piano dove si conclude l’esperienza con la piccola pasticceria, utilizzato anche per eventi privati; e una cantina al piano interrato con un unico tavolo, per cene esclusive di rara intimità.
La componente artistica è ovunque e sorprende ad ogni sguardo.
Al soffitto, una grande installazione sospesa realizzata dall’artista floreale locale Ottavia Bosco con radici, erbe, fiori e piante raccolte direttamente nella Valle del Feniletto: un tributo vivente alla flora del territorio e alle stagioni, che cambia nel tempo seguendo i ritmi della natura.
Lungo le pareti e negli angoli si trovano disegni di Antonio Marras, sculture in alabastro, opere in legno bruciato e ferro ossidato, libri di cucina provenienti da ogni angolo del mondo.
Ogni oggetto sembra avere una storia da raccontare e insieme costruiscono un ambiente che è al tempo stesso galleria d’arte, biblioteca e casa privata.
Il pezzo più straordinario e del tutto inaspettato è un dente di Tyrannosaurus Rex risalente a circa 67 milioni di anni fa, non una riproduzione ma un reperto autentico, che porta con sé il peso silenzioso del tempo.
E il tempo, in questo luogo, è davvero di casa, durante i lavori di restauro dell’edificio sono stati rinvenuti reperti dell’Età del Bronzo, testimonianze di antichi insediamenti palafitticoli che abitavano queste terre migliaia di anni fa.
A vegliare su tutto, in fondo alla sala, un grande ritratto di Giovanni Rana stampato su garza di lino e integrato nella parete con una tecnica artigianale che lo rende parte della struttura stessa, presenza discreta e insieme fondativa, come si addice al patriarca di una famiglia che ha fatto la storia della pasta italiana.
Il menù del ristorante Famiglia Rana: un viaggio senza mappa, con ogni boccone una scoperta
Il menu di Sodano si apre con un brodo di cappone con miso di shiso stravecchio e clorofilla di cerfoglio: un benvenuto che già stabilisce il tono della serata, calore, profondità, intelligenza.
Non c’è nulla di casuale in questo primo gesto, che sembra voler dire all’ospite: rallenta, siediti, lasciati andare.
Gli amuse-bouche che seguono introducono con generosità la complessità del percorso: cannoli di stracotto di polpo con emulsione di yuzu e jalapeño sotto aceto, waffle alle alghe fermentate con emulsione di ostrica e caviale, tartellette con gel di alghe, tartare di ricciola frollata e polvere di olio liofilizzato. Ogni boccone è un mondo a sé, eppure tutto converge verso una coerenza di fondo che è la firma di Sodano: il mare declinato in tutte le sue sfumature, tra acidità, sapidità e umami. Memorabile la Meringa ripiena di gel all’ibisco, rapa rossa e anguilla affumicata, che chiude il benvenuto con una nota dolce-affumicata di straordinaria eleganza.
Tra i piatti da non perdere, la Cozza alla Romantica è forse quello che racconta meglio l’anima di questo chef, un omaggio dichiarato a un classico del ristorante La Romantica di Forio d’Ischia, le cozze all’origano, reinterpretato con cottura a vapore seguita da un passaggio sulla brace, olio al prezzemolo, colatura di alici e foglioline di origano fresco.
Semplicità apparente, complessità reale: un piatto che commuove per la sua onestà.
Il Nigiri all’Italiana, un risone di Gragnano con salsa di pomodoro fermentato e trattato come una soia, maionese al rafano, wasabi, shiso verde e prosciutto di ventresca di tonno frollata duecento giorni, è un pezzo di bravura concettuale e tecnica insieme, due culture gastronomiche lontanissime che si incontrano con una naturalezza sorprendente, senza che nessuna delle due prevalga sull’altra.
Il Gambero con agrumi e acqua di mare arriva con un gazpacho di pompelmo, composta di agrumi amari e burro al prezzemolo, accompagnato da un “fossile” fatto di alghe e gamberi che è tanto bello da guardare quanto appagante da mangiare.
L’Anguilla alla Mugnaia, affumicata e cotta in padella, sostituisce il tradizionale limone e prezzemolo con olio al levistico, variazione di capperi e una selezione di caviali: un classico della cucina italiana smontato e rimontato con rispetto e intelligenza.
Il Porro cotto sotto cenere è il signature dish per eccellenza, già presente nella cucina di Sodano al Faro di Capo d’Orso e qui portato a una versione ancora più riuscita e personale, maionese al cipollotto, composta di limoni, gel all’aglio nero e polvere di cipollotto bruciato: un piatto che dimostra come la grande cucina possa nascere anche da un ingrediente umilissimo, trattato con cura e visione.
La Pasta ai Frutti di Mare, con frutti di mare liofilizzati e grattugiati come bottarga, mantecata in emulsione di anemoni di mare con una piccola nota piccante finale, è probabilmente il piatto che meglio sintetizza la cifra stilistica di Sodano: tecnica invisibile, gusto assoluto, emozione garantita.
La Cernia maturata quaranta giorni, cotta nel carbone con variazione di carciofo, emulsione di menta e pil pil ottenuto dagli scarti tostati e affumicati del pesce stesso, è un altro momento di grande cucina: la valorizzazione integrale della materia prima portata alle sue conseguenze più nobili.
L’Anatra, dopo il suggestivo processo di cottura con acetato di sodio, una tecnica scenografica e visivamente ipnotica, viene poi passata in griglia e servita con chutney di zucca, emulsione affumicata ottenuta dai grassi di cottura, senape in grani, arancia e miso di semi di zucca: un piatto ricco, complesso, che scalda.
I dessert mantengono lo stesso livello di ambizione e sorpresa
La Piña Colada, ananas marinato in osmosi con lime, gelatina di rum, vaniglia, spuma e glassa di ananas ossidato, sorbetto di cocco verde vietnamita, è fresca, tecnica e giocosa.
Il dessert dedicato al miele con soluzione di miele fermentato, miso di polline, crumble di polline, spuma di cera d’api, gelato al miele e una chips di zucchero estratto dal miele stesso, è forse il più sorprendente dell’intera serata per profondità aromatica.
Chiude il Pane e Nutella: pan brioche tostato, gelato all’olio di nocciola, sale e una generosa spolverata di tartufo, un sorriso finale, irresistibile.
Il Wine Paring
Il wine pairing percorre etichette di grande personalità e ricerca: il metodo classico Blanc de Blancs Pas Operé 2017 di Ca Del Vent, lo Zibibbo Secco 2024 di Barraco, il Soave Classico Monte Grande 2018 di Graziano Prà, un Riesling Spätlese 1999 di Weingut J. Schwaab-Riebel, il Fiano di Avellino 2016 di Guido Marsella, il Roero Gepin 2014 di Costa Stefanino. Tra i momenti più originali dell’abbinamento, la birra Xyauyù Fumè 2018 di Baladin, fermentata in botti di whisky torbato delle Islay scozzesi, che accompagna il porro sotto cenere con una coerenza affumicata quasi commovente. Chiusura dolce con il Moulin Touchais Coteaux du Layon 1999, un vino che porta con sé decenni di storia e li depone delicatamente sul palato.
Cosa visitare nei dintorni del ristorante Famiglia Rana
Il ristorante si trova a pochi chilometri da Verona, una delle città più straordinarie d’Italia e punto di partenza naturale per esplorare un territorio di rara bellezza e varietà.
Verona è la prima tappa obbligata.
L’Arena, anfiteatro romano del I secolo d.C., è uno dei monumenti più iconici del paese e dal 1913 ospita ininterrottamente opere liriche, essendo diventata il più grande teatro lirico all’aperto del mondo.
Ma la città è anche centro storico Patrimonio UNESCO, Castelvecchio sul fiume Adige, il Teatro Romano, la Casa di Giulietta e una sequenza di palazzi, chiese e ponti che si esplora magnificamente a piedi. Vale la pena salire fino alla collina di Castel San Pietro, da dove si abbraccia con lo sguardo l’intera città e il nastro dell’Adige che la attraversa.
A nord di Verona si estende la Valpolicella, terra celebre per la produzione di vini pregiati come l’Amarone, il Ripasso e il Valpolicella Classico, con un paesaggio incantevole di dolci colline, ville venete d’epoca e antiche pievi.
San Giorgio di Valpolicella, dal 2015 nel club dei Borghi più belli d’Italia, è arroccato sulle colline da cui si gode una vista spettacolare su Verona e sul basso Lago di Garda. Il suo gioiello è la Pieve Longobardo Romanica, uno dei luoghi di culto più antichi del veronese, con affreschi del XII e XIII secolo e un chiostro molto fotografato.
Per chi volesse abbinare alla visita una sosta termale, Aquardens è il parco termale più grande d’Italia, con oltre 5.200 mq di vasche, lagune, grotte e saune.
Per gli amanti della natura e del trekking leggero, il Parco delle Cascate di Molina offre boschi, cascate e un piccolo borgo medievale in pietra da esplorare a piedi seguendo percorsi di diversa difficoltà.
Il Lago di Garda, il più grande d’Italia, è a breve distanza.
La sponda veronese, chiamata Riviera degli Ulivi, si sviluppa da Peschiera del Garda fino a Malcesine, sul confine con il Trentino. Borghi come Lazise, con le sue mura medievali e il porticciolo, Bardolino, capitale dell’omonimo vino rosso leggero e fragrante, e Torri del Benaco offrono scorci e tramonti di rara bellezza.
Per chi volesse spingersi oltre, a Valeggio sul Mincio si trovano il Castello Scaligero e il Parco Giardino Sigurtà, seicento mila metri quadri di prati, piante secolari, labirinti e romantici laghetti, riconosciuto come il giardino più bello d’Italia.
Un territorio, in sintesi, dove la grande cucina di Sodano si abbina naturalmente a uno dei paesaggi più ricchi, più antichi e più generosi del Nord Italia.
Recensione a cura di:Massimo Penna
Puglia