









Ristorante Li Jalantuùmene: l'esperienza raccontata da Sandro Romano
Il ristorante Li Jalantuùmene si trova nel cuore medievale di Monte Sant'Angelo, in una piccola piazza storica a pochi minuti dal Santuario di San Michele Arcangelo. Il ristorante nasce dal recupero di un edificio antico da parte della famiglia Mangano e si inserisce armoniosamente nel contesto urbano, tra vicoli in pietra e architetture bianche tipiche del borgo. Gli ambienti interni sono raccolti, articolati in più sale comunicanti ricavate nella struttura originaria, con volte in pietra e arredi essenziali che ricordano una casa privata più che un ristorante.
La storia del locale è legata alla vita di Gegè Mangano, che dopo esperienze in sala e nei grandi alberghi italiani, sviluppa una forte visione dell’ospitalità. Tornato in Puglia con la moglie Ninni, trasforma un sogno personale in un ristorante che diventa riferimento gastronomico del Gargano. La cucina del ristorante Li Jalantuùmene nasce dall’incontro tra memoria territoriale e tecnica, sintetizzata nei principi delle “Tre T”: tempo, tradizione e territorio. Fondamentale è l'incontro con la critica gastronomica, in particolare con Luigi Veronelli, che contribuisce alla sua consacrazione e alla valorizzazione del suo pensiero di cucina, essenziale e stagionale. Gegè, inoltre, punta tutto su ingredienti locali e preparazioni che rispettano la materia prima, come erbe spontanee, legumi, carni e frattaglie. Tra i piatti rappresentativi emergono preparazioni come la crema di erbe del Gargano, la guancia di vitello e i torcinelli. Il pane locale, l’olio del Gargano e i dolci della tradizione accompagnano l’esperienza. La carta vini privilegia il territorio pugliese e piccoli produttori, con una selezione flessibile e orientata agli abbinamenti.
Storia del Li Jalantuùmene
La storia del ristorante affonda le radici in oltre sessant'anni di vita vissuta e quasi trent'anni di ristorazione ma, in realtà, comincia molto prima, quando Gegè Mangano, appena diciottenne, sceglie di abbandonare gli studi dopo la terza media per inseguire un mestiere che lo affascina profondamente.
«Facevo il cameriere, mi piaceva il contatto con le persone, era un lavoro dinamico e stimolante. Si guadagnava bene e soprattutto mi rendevo conto che quella sarebbe stata la mia strada».
Da lì prende il via un percorso professionale che lo porta lontano dalla Puglia. Prima l'incontro decisivo con Franco Ricatti, storico patron del Bacco di Barletta, l'uomo che gli trasmette la passione per il vino e lo avvicina alla figura del sommelier professionista. Poi l'esperienza nei grandi alberghi italiani della catena Ciga Hotels, tra Stresa, Siena e Venezia, in strutture che hanno segnato la storia dell'ospitalità italiana.
Sempre in sala, sempre a contatto con il pubblico.
Un'esperienza fondamentale che gli insegna una lezione ancora oggi centrale nella sua filosofia: un grande ristorante non è fatto soltanto dalla cucina, ma dalla relazione che riesce a costruire con le persone. Quando torna sul Gargano, insieme a sua moglie Anna Totaro - per tutti Ninni - decide di dare forma a quel sogno coltivato fin dall'infanzia. “Quando venivamo in questa piazzetta immaginavamo sempre che un giorno avremmo aperto un piccolo ristorante qui” - racconta Gegè. Nasce così un locale che, nel tempo, diventerà un punto di riferimento della gastronomia dauna e, più in generale, pugliese. All'inizio i ruoli erano invertiti rispetto a quelli attuali. L'idea era che Ninni si occupasse della cucina e Gegè della sala. Poi, quasi naturalmente, le cose cambiano. Lei diventa la vera forza organizzativa del ristorante e lui, chef completamente autodidatta, inizia a costruire la propria identità gastronomica.
L'ispirazione dai grandi della cucina italiana
Per anni ascolta i racconti dei clienti che parlano di grandi ristoranti italiani. Ogni suggerimento diventa un viaggio, ogni nome una destinazione da raggiungere. Così incontra Gualtiero Marchesi e scopre il Don Alfonso 1890 e Dal Pescatore di Canneto sull'Oglio.
Ma ciò che lo colpisce non è l'alta cucina fine a se stessa. È il territorio. “Sono andato a visitare ristoranti che, pur avendo tre stelle Michelin, raccontavano la propria terra. È lì che ho capito quanto fosse straordinario il Gargano e quante cose si potessero fare”. Da allora la sua cucina non ha mai cambiato direzione.
Tre T rappresentano il manifesto gastronomico di Gegè Mangano, tre parole che lo definiscono perfettamente: tempo, tradizione e territorio. Una cucina che alleggerisce la tradizione senza snaturarla, che studia gli accostamenti senza inseguire le mode e che conserva un rapporto profondo con la memoria gastronomica garganica. Eppure il percorso non è stato semplice.
Monte Sant'Angelo, pur essendo uno dei centri più importanti del Gargano, resta una destinazione prevalentemente legata al turismo religioso, dove spesso il visitatore cerca un ristorante turistico più che un'esperienza gastronomica consapevole. Una sfida che Gegè ha affrontato con tenacia, aiutato anche da tanti giornalisti e critici enogastronomici che negli anni hanno raccontato il suo lavoro.
Tra questi, uno su tutti: Luigi Veronelli
Il grande maestro della cultura gastronomica italiana visita il ristorante nel 1999 e poi nuovamente nel 2001. Da quell'incontro nasce un rapporto di stima che porterà alla pubblicazione del volume Terra, cultura e cucina del Gargano. Ricette di Gegè Mangano, opera che raccoglie le sue ricette e il suo pensiero gastronomico.
È proprio Veronelli a consacrare uno dei piatti simbolo della casa: il medaglione di melanzane servito con pomodoro fresco, basilico e una leggera grattugiata di limone: «Questo piatto deve rimanere per sempre, perché nella sua semplicità è un grande piatto». E infatti non è mai uscito dal menù. Tra gli aneddoti più curiosi c'è anche quello legato all'apertura del ristorante, una sorta di strategia di marketing ante litteram, oggi oggetto di studio anche in ambito universitario.
Non avendo clienti né notorietà, Gegè decide di scrivere cento lettere al mese indirizzate ad avvocati, professionisti e imprenditori delle città vicine, presentando il ristorante con toni semplici e sinceri. Aveva già calcolato tutto: il 90% delle lettere sarebbe finito nel cestino, ma il restante 10% avrebbe potuto trasformarsi in una prenotazione. Funzionò. E per alimentare il desiderio, spesso dichiarava il locale già al completo, creando una spontanea percezione di esclusività.
Un'intuizione nata - come ama dire lui - “non per fare marketing, ma per campare”.
Oggi il ristorante continua a essere un luogo familiare, autentico, dove nei mesi invernali lavorano quasi esclusivamente Gegè e Ninni, mentre d'estate la squadra si allarga per accogliere il flusso di visitatori. In una piccola piazzetta di Monte Sant'Angelo, quella promessa fatta da due ragazzi è diventata realtà. E oggi continua a essere una delle più autentiche dichiarazioni d'amore che il Gargano possa offrire ai suoi ospiti.
Cosa mangiare presso Li Jalantuùmene Monte Sant’Angelo: i piatti più rappresentativi e apprezzati dai clienti
La cucina resta fedele ai principi di Mangano. Come il piatto che meglio racconta la sua sensibilità contemporanea: una Crema di erbe spontanee del Gargano, fatta con broccoletto, senape selvatica, marasciuolo, menta e finocchietto, stufata con aglio e arricchita da olio extravergine di cultivar Peranzana, un uovo cotto a 65 gradi e una chips di cavolo nero.
Un piatto che riesce a essere moderno senza perdere la propria anima contadina. Pochi ingredienti di grande qualità, cucinati con semplicità e rispettati nella loro essenza e negli abbinamenti. Nessuna voglia di stupire a tutti i costi ma far sì che sia il gusto a predominare.
Sulla scia di questa idea anche la Polpettina di pane e cacio su datterino giallo e basilico o il Caldo freddo di purea di fave con verdura di campo e olio extravergine.
Ancora gusto e semplicità si ritrovano nei primi, come la Pasta e patate con stracciatella e zafferano e le Orecchiette con datterino giallo e pomodoro Pachino mantecate al pecorino, e nei secondi come la Pancia di maialino da latte in salsa di Nero di Troia o i Tocchetti di vitello in salsa e patate al rosmarino.
Impossibile non assaggiare i Torcinelli con mugnoli e olio extravergine, una carezza per gli estimatori del quinto quarto, fatti con fegato, polmone e cuore di agnello avvolti in budellino dello stesso animale.
Personalmente ho gradito particolarmente la Guancia di vacca podolica su verdurine di campo e patate scottate.
La lunga cottura ne ha trasformato la consistenza, rendendola morbida, succosa e cedevole al solo tocco della forchetta. Attorno, il fondo di cottura, intenso e concentrato, amplifica il sapore senza appesantirlo. È un piatto che racconta la filosofia di Gegè Mangano: partire da una materia prima apparentemente semplice e nobilitarla attraverso tecnica, pazienza e misura, lasciando emergere sapori nitidi, eleganti e profondamente territoriali.
Sempre presenti, in tavola per accompagnare il pasto, fette dell' ottimo pane di Monte Sant'Angelo e l'imprescindibile olio da cultivar Peranzana, identitario del Gargano e tra i più profumati e versatili della Puglia.
Il finale dolce non è mai fisso, ma rappresenta un omaggio al Gargano: dalle “Ostie chiene” della tradizione conventuale di Monte Sant'Angelo, alla Mousse di ricotta con guazzetto di fragole e cioccolato di Maglie, in un dialogo continuo tra memoria e interpretazione contemporanea.
La carta vini di Li Jalantuùmene riflette la filosofia del ristorante: grande attenzione al territorio del Gargano e della Puglia, con una selezione che privilegia piccoli produttori e vini artigianali. Accanto a grandi rossi locali come Nero di Troia e Primitivo, trovano spazio bianchi regionali e una scelta ragionata di etichette italiane, spesso consigliate direttamente dal personale in abbinamento ai piatti. Più che una lista rigida, è una cantina “viva”, costruita per accompagnare la cucina dello chef e valorizzare ogni percorso degustazione.
I piatti - come già evidenziato - cambiano con le stagioni e con la disponibilità delle migliori materie prime. Perché l'idea di Gegè Mangano è proprio questa: aver capito che il futuro non consiste nell'inventare qualcosa di nuovo, ma nel saper raccontare meglio ciò che esiste da sempre.
Ambiente e atmosfera del Li Jalantuùmene Monte Sant'Angelo
Per arrivare a Li Jalantuùmene bisogna innanzitutto entrare nel cuore medievale di Monte Sant'Angelo e dimenticare l'automobile. Il ristorante si trova in una delle piazzette più raccolte e suggestive del borgo antico, a pochi minuti a piedi dal Santuario di San Michele Arcangelo. La struttura sorge all'interno di un edificio storico recuperato dalla famiglia Mangano, nella cinquecentesca Piazza De Galganis.
Lasciata l'auto in una delle piazzette alla base del paese, si percorrono vicoli stretti e pavimentati in pietra chiara, tra case bianche e archi, finché la strada si apre sulla piccola piazza e compare quella che sembra quasi una casa di famiglia: una facciata sobria in pietra e intonaco chiaro, qualche tavolo all'aperto nella bella stagione e un'atmosfera intima che dialoga perfettamente con il contesto urbano. L'impressione è quella di un luogo che non vuole imporsi sul paesaggio, ma farne parte.
La piazza stessa contribuisce al fascino del ristorante: è raccolta, silenziosa e dominata da edifici storici che restituiscono il carattere antico di Monte Sant'Angelo. Di sera, con l'illuminazione soffusa e il via vai discreto degli ospiti, sembra quasi un salotto all'aperto, dove la cucina semplice di Gegè Mangano trova la sua naturale collocazione, lontano dal rumore e vicino all'anima più autentica del Gargano.
Li Jalantuùmene si sviluppa all’interno di ambienti in pietra che conservano la struttura originaria dell'edificio, articolati in più sale comunicanti che si aprono l'una nell’altra attraverso passaggi irregolari.
Volutamente raccolto, è articolato in tre piccoli ambienti con una ventina di coperti interni, impreziositi da quadri, oggetti d'arte e arredi che restituiscono la sensazione di entrare più in una casa privata che in un ristorante.
Nella bella stagione, il dehors affacciato sulla piazza aggiunge altrettanti coperti all'esterno, per una capienza complessiva di circa 40/45 coperti.
Gli spazi non sono uniformi, ma seguono la naturale conformazione della costruzione storica, con volte in pietra, nicchie e pareti portanti. L'illuminazione è calda e direzionata, mettendo in evidenza la matericità delle superfici senza appiattirle, creando zone di luce più intime alternate a penombre che accompagnano il percorso visivo tra un ambiente e l'altro. L'arredo è essenziale, composto da tavoli in legno e sedute sobrie che rispettano la struttura originaria degli spazi, lasciando che sia l'architettura a mantenere il ruolo dominante. Nel complesso, gli ambienti risultano compatti ma articolati, con una percezione di continuità tra le sale che dà l'impressione di un unico organismo architettonico più che di stanze separate.
Cosa vedere nei dintorni
A pochi minuti dal ristorante si trova il Santuario di San Michele Arcangelo, patrimonio UNESCO, scavato nella roccia e meta di pellegrinaggi da oltre mille anni. Poco sopra domina il Castello normanno-svevo-aragonese, da cui si gode una vista ampia sul Tavoliere e sul golfo di Manfredonia. Il centro storico, soprattutto il Rione Junno, conserva invece l’anima più antica del borgo, fatta di vicoli bianchi, archi e case addossate le une alle altre.
Fuori dal paese, il territorio si apre nel Parco Nazionale del Gargano, con la Foresta Umbra e i suoi sentieri ombrosi, mentre verso la costa si incontrano Mattinata e le scogliere che scendono verso il mare Adriatico. È un’area che alterna spiritualità, natura e stratificazioni storiche, spesso a brevissima distanza.
Per i souvenir, la scelta è legata soprattutto alla tradizione locale: le ostie chiene di Monte Sant’Angelo, il caciocavallo podolico, l’olio extravergine del Gargano, insieme a taralli e dolci tipici come i calzoncelli. Non mancano oggetti legati al culto micaelico, tra piccole icone e manufatti religiosi. Più che ricordi turistici, sono prodotti che raccontano il territorio nella sua forma più concreta e quotidiana.
Due chicche da portare via? Il meraviglioso pane di Monte Sant'Angelo che, nelle sue forme da svariati chili, può ricordare uno scudo acheo e dura molti giorni, e il “troccolo”, un mattarello scanalato in ottone che, tradizionalmente, viene usato per preparare i troccoli, la tipica pasta locale che ricorda gli spaghetti alla chitarra, ma che si differenzia per la sezione triangolare che si ricava proprio dal taglio che si ottiene usando l'attrezzo classico.
Recensione a cura di:Sandro Romano
Giornalista
Puglia
