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Dissapore ristorante: l'esperienza raccontata da Sandro Romano
Dissapore nasce nel centro storico di Carovigno come progetto di ostinazione e trasformazione: un ristorante ricavato da una casa antica tra i vicoli bianchi, articolato in piccoli ambienti successivi, intimi e raccolti, fino alla cucina e a una cantina con tavolo riservato, e culminante in una terrazza che si apre sul borgo e sul paesaggio circostante. Non è uno spazio progettato a tavolino, ma una casa riadattata nel tempo, che conserva la memoria originaria e la trasforma in esperienza gastronomica.
Alla guida c'è Andrea Catalano, chef barese di terza generazione, cresciuto in una famiglia di ristoratori e formato nella cucina classica attraverso disciplina, tecnica e lavoro quotidiano. Accanto a lui la moglie Franca Parianò, sommelier e figura centrale del progetto, con cui costruisce un'identità basata sul confronto continuo: il “dissapore” come tensione creativa che diventa metodo e non conflitto.
La cucina parte da basi solide della tradizione e si sviluppa in chiave contemporanea, tra tecnica francese, memoria pugliese e ricerca. Il percorso degustazione alterna amuse bouche complessi, pane come elemento narrativo, piatti creativi come la melanzana declinata in più consistenze e gli “spaghetti cric croc” al pomodoro concentrato, fino a preparazioni più strutturate come l'arrosto servito alla guéridon. Non mancano dolci e piccola pasticceria che richiamano la memoria popolare in chiave attuale.
La cantina è ampia e ben costruita, con forte attenzione al territorio pugliese affiancato da etichette nazionali e internazionali selezionate per dialogare con la cucina.
Dissapore si definisce così come un ristorante di equilibrio dinamico: non cerca armonia immediata, ma la costruisce attraverso confronto, tecnica e identità condivisa, trasformando la tensione in linguaggio gastronomico coerente.
Dal 2024 il ristorante è stato insignito della prestigiosa Stella Michelin.
Ambiente e atmosfera del ristorante Dissapore di Carovigno
Nel cuore del centro storico di Carovigno, tra vicoli che fino a pochi anni fa raccontavano più abbandono che rinascita, c'è un ristorante che nasce da un atto di ostinazione. Si chiama Dissapore, e già nel nome contiene la sua dichiarazione d'intenti: tensione, confronto, equilibrio cercato e mai scontato.
Gli interni di Dissapore hanno qualcosa che non si lascia raccontare con un colpo d'occhio, perché non nascono come “progetto di design”, ma come trasformazione lenta di uno spazio già vissuto.
Entrando, più che in un ristorante si ha la sensazione di essere dentro una casa del centro storico, ma non è solo suggestione: il locale è ricavato da un'abitazione antica, incastonata tra i vicoli bianchi di Carovigno (Br), e questa origine si percepisce in ogni passaggio, in ogni cambio di livello, in ogni stanza. Non c'è una sala unica e scenografica, ma una sequenza di ambienti tipica delle case di una volta: una prima sala con solo 4 tavoli tondi, poi una piccola stanza più intima e raccolta, in tutto una ventina di coperti.
Segue un'altra che funge da ufficio e poi la cucina, bella, ordinata, molto ben arredata e attrezzata, incorniciata da piastrelle di design in ceramica.
Questi ultimi due ambienti sono stati ricavati dall'annessione di un'altra casa adiacente, una trasformazione avvenuta gradualmente negli anni, mentre la cantina al piano di sotto ospita, oltre ai vini anche un tavolo per due, riservato ed esclusivo.
La sala principale è probabilmente il cuore emotivo del ristorante. È piccola, raccolta, quasi protettiva, con quella matericità tipica del Sud e pareti in calce e pietra, sulle quali si apre la classica volta a stella, in un contesto estremamente coerente.
L'arredo segue la stessa logica: pochi elementi, essenziali, senza mai diventare freddi. È un minimalismo diverso da quello contemporaneo, direi di progetto: qui è più naturale, quasi inevitabile, senza ostentazione. La pietra affiora, ma non viene mai teatralizzata; il bianco domina, ma non è sterile; piccoli dettagli - un tavolo, una luce, un tessuto - emergono senza mai rompere l'equilibrio.
La sensazione più forte è quella di intimità domestica. Non sei in una sala costruita per impressionare, ma in uno spazio che ti accoglie.
Poi, quando si sale verso l'esterno, in terrazza, tutto cambia. Si apre lo spazio, l' aria e la luce diventano protagoniste e si crea un dialogo con il borgo: tetti, scorci, a volte perfino il mare in lontananza. È come se l'esperienza passasse da una dimensione raccolta e introspettiva a una più aperta e mediterranea.
Tutto ciò ti lascia addosso una sensazione precisa: non di aver cenato in un ristorante “disegnato”, ma in uno spazio trasformato con intelligenza, che conserva ancora la memoria della casa da cui nasce.
Storia del ristorante Dissapore di Carovigno
A guidare Dissapore è Andrea Catalano, barese classe 1984, nato e cresciuto nel quartiere San Pasquale, con una storia che affonda profondamente nella ristorazione.
Lui è la terza generazione: il nonno, ristoratore a Bari con “La Serra”, il padre chef, maestro severo e decisivo.
Non c'è stato rifiuto, né fuga. Catalano entra in cucina a dieci anni e non ne esce più.
La sua è una formazione che oggi sembra quasi anacronistica: ore e ore di lavoro, ripetizione, disciplina, manualità.
Mirepoix a casse intere, fondi bruni, brodi di carne, pesce e vegetali preparati ogni giorno. Una grammatica classica della cucina italiana e internazionale che oggi, ammette lui stesso, pochi padroneggiano davvero.
Dopo l’alberghiero all'Istituto “Perotti”, Andrea non cerca la fuga all'estero e resta nella sua terra, ma cresce attraverso il lavoro e l'eredità tecnica del padre. È una scelta che segna anche la sua cucina: solida, costruita sulle basi, ma capace di deviazioni contemporanee.
L'arrivo a Carovigno non è professionale, ma sentimentale. È qui che incontra la moglie, Franca Parianò, sommelier e figura centrale del progetto. Il ristorante nasce anche dal loro rapporto: due caratteri forti, due visioni che - come loro stessi simpaticamente raccontano - si scontrano e si ricompongono. Il “dissapore” non è rottura, ma metodo. È nella mediazione tra posizioni diverse che, secondo la loro idea, emerge la soluzione migliore.
Quando aprono, nel 2017, la scelta appare quasi incomprensibile.
Il borgo non è quello di oggi: è marginale, segnato, poco valorizzato. Il locale stesso è una casa del Settecento, incendiata, con spazi minimi e condizioni difficili. Ci crede solo Andrea e, un pochino, ma forse solo per affetto, la sua famiglia.
Franca, nel raccontarmi l'ostinazione di Andrea mi ha fatto vedere le foto della casa prima della trasformazione in ristorante e, riferendosi al marito, mi ha detto sorridendo: “Vedi dove mi ha portato quello là?”
Ecco raccontato in poche parole, il principale aspetto che guida questo sodalizio tra una donna capace e con i piedi ben piantati per terra, e un uomo, altrettanto capace, ma visionario al limite dell'incoscienza. Due professionisti diversi nel pensiero che, però, attraverso il confronto trovano equilibrio e condivisione.
Dissapore è, quindi, il risultato di una convinzione portata avanti controcorrente. Non nasce per inserirsi in un contesto consolidato, ma per crearlo. E forse è proprio questa origine, fatta di fatica, tecnica, conflitto e visione, a definirne oggi l’identità più profonda.
Cosa provare da Dissapore: il menù che abbiamo degustato
La brigata è ridotta, stabile nel suo nucleo essenziale. Accanto a Catalano, collaboratori cresciuti nel tempo, come il suo sous chef Nicola Pinto, con lui da anni dopo un percorso iniziato con uno stage. È una cucina che si costruisce sulle persone prima che sui numeri e, grazie alla qualità, al servizio e alla concretezza ha ottenuto una stella Michelin.
La degustazione da Dissapore non comincia con un piatto, ma con una dichiarazione di stile. Arriva nel bicchiere, ed è Franca Parianò a raccontarla, come se stesse introducendo un racconto più che un drink: una base di negramaro e primitivo portati a 60 gradi, lasciati in infusione per una notte con anice stellato, cannella e noce moscata, poi filtrati, allungati con vermouth, vodka, frutta fermentata, un tocco di gassosa e un gin giapponese. È complesso, stratificato, ma al palato trova un equilibrio inatteso. E questo primo impatto è già una chiave di lettura: qui nulla è lineare, ma tutto un dissapore che tende a ricomporsi in una più complessa ricerca del gusto.
Gli amuse bouche arrivano come una piccola architettura del pensiero di Andrea Catalano. Non sono semplici assaggi, ma frammenti di tecnica e memoria: la tartelletta di stagione con crema di piselli e curry, il panetto al vapore appena arrostito con mousse di pomodoro, il macaron al pepe nero affumicato con pecorino tartufato del Gargano. Poi la cialda al sesamo e grué di cacao con crema di formaggio del caseificio Lanzillotti e scarola, la sfera di taralli e olive leccine, fino al cracker al finocchietto, ottenuto dagli scarti del lievito madre.
È un inizio che dice molto: recupero, tecnica, gioco, ma anche una certa irrequietezza creativa.
Il capitolo del pane è quasi un manifesto, non è solo accompagnamento, è racconto. Grissini all'olio extravergine, chiacchiere salate al nero di seppia e barbabietola, croissant al burro salato, plum cake ai formaggi locali, un panino al cacao con noce moscata e farinella. E poi la pagnotta calda di lievito madre, da rompere con le mani su cui spalmare una crema d'olio - una “chantilly” costruita su latte e olio di Coratina della pluripremiata azienda pugliese Mimì. È qui che emerge con forza la formazione classica dello chef: il pane diventa veicolo, ma anche memoria di una cucina fatta di basi, di gesti ripetuti, di manualità. “E se il pane avanza - mi spiega Franca - te lo porti a casa per consumarlo. Il pane non si butta”.
Comincio a comprendere la cucina di Catalano da questi piccoli assaggi ma poi arriva lo scatto in avanti con “Creatività”: una spuma di mandorla al nero di seppia che nasconde un gelato di ricci di mare e, sotto, una tagliatella di seppia marinata al garum. È un piatto che non cerca compromessi: intensità marina spinta, quasi radicale. Il vino, un Sauvignon Blanc piemontese Doc annata 2023 Massimo Abbate, lavora per contrasto, per equilibrio, accompagnando senza addomesticare.
Poi tocca ad uno dei piatti simbolo, “Melanzana melanzana melanzana”. O meglio: tutte le possibilità della melanzana. Un cappuccino di melanzana affumicata, con dentro la versione sottolio, la polvere ricavata dalla buccia, una maionese costruita sull'ortaggio e un taco che la contiene. È un esercizio di stile e tecniche, ma anche una dichiarazione di identità. Non a caso è tra i piatti più richiesti, entrato stabilmente nel racconto del ristorante. Abbinamento consigliato da Marìta Arseni, la brava sommelier del Dissapore, il Noscia di Simone Santoro, annata 2024, orange Puglia igt.
Il successivo passaggio agli spaghetti è, in apparenza, un ritorno alla semplicità e, invece, in realtà è uno dei momenti più tecnici della degustazione. Lo Spaghetto al pomodoro cric croc viene cotto nell’acqua di cottura delle conserve, con tutte le parti del pomodoro, poi reso croccante in padella. Il risultato è un piatto che sa di pomodoro in modo quasi assoluto: fresco, ma allo stesso tempo profondo, con una lieve tendenza amarognola, umami, persistente. Un cortocircuito tra memoria e tecnica che funziona proprio perché non aggiunge, ma concentra. Su questo piatto ho bevuto il rosato di primitivo Kelia Domini San Calare 2023 Valle d'Itria Igt, vino reso elegante da un breve passaggio in barrique.
Marìta mi serve poi il Salice Salentino Riserva Narrante 2022 delle cantine Serio, quasi ad annunciarmi il momento centrale del pranzo: l’arrosto.
A Dissapore viene servito direttamente in sala secondo una gestualità che richiama il servizio alla guéridon. È il piatto che più di tutti racconta la storia di Catalano: cottura alla francese con burro, il fondo costruito in 56 ore di lavoro, ortaggi al burro e una salsa al lampone fermentato a dare tensione. Accanto, una tartelletta con insalata russa realizzata con gli stessi succhi della carne e una maionese artigianale. Qui la cucina torna classica, ma con inserti contemporanei che non forzano, ma accompagnano. È, come dice lo chef, il piatto di una vita.
Insieme mi viene servito lo “Sciacquaviscere”, ananas lavorato a -40 gradi, perfetto nella funzione di pulire il palato dall'opulenza dell'arrosto e preparare al passaggio del dessert, che nasce per ricordare la “Veneziana”, una di quelle classiche paste che, una volta, chiudevano il pranzo della domenica.
Ma qui la Veneziana è una rilettura: pan di Spagna al cacao bagnato al Marsala, mascarpone al caffè, gelato al cioccolato, granita al caffè. Un dessert che gioca sulla memoria, ma senza nostalgia, accompagnato magistralmente dal Barolo Chinato Borgogno, possibilità quasi obbligata su un dolce caratterizzato da tali ingredienti.
E poi, il finale, quello che riporta tutto a terra, la piccola pasticceria che è un ritorno all’infanzia: bignè al gusto “Liuk” di liquirizia e limone, il Bounty al cocco, cioccolato e oro, la torta paradiso all’olio extravergine, il croccantino allo yuzu, e il pane e Nutella. Non reinterpretato, non destrutturato: semplicemente dichiarato. Perché a volte la memoria non va corretta, ma riconosciuta.
La degustazione di Dissapore è così: un continuo equilibrio tra tecnica e racconto, tra radice e deviazione. Non cerca mai la linearità, ma nemmeno la rottura fine a se stessa. È una cucina che discute, che mette in tensione - proprio come il nome del ristorante - e che trova il suo senso non nella perfezione, ma nell’equilibrio raggiunto dopo il confronto.
E poi c'è la cantina, costruita con un forte legame al territorio pugliese, valorizzando vitigni autoctoni accanto a etichette nazionali e internazionali, in una selezione ampia ma non dispersiva, pensata per accompagnare con coerenza la cucina contemporanea dello chef. Grande attenzione è riservata ai piccoli produttori da Franca Parianò e da Marìta Arseni, il cui lavoro è centrato sugli abbinamenti talvolta originali e mai banali. Ne risulta una carta dinamica, elegante e perfettamente integrata nell'esperienza gastronomica.
Cosa vedere a Carovigno e dintorni
Carovigno è un borgo autentico dell’Alto Salento, con un centro storico raccolto e dominato dal Castello Dentice di Frasso, ideale per passeggiate tra vicoli e piazze. A pochi minuti si raggiunge il mare di Torre Santa Sabina, tra calette e ristoranti sul mare. Imperdibile la riserva naturale di Torre Guaceto, perfetta per chi ama natura, spiagge incontaminate e snorkeling. Nei dintorni, Ostuni affascina con le sue case bianche, mentre Alberobello offre lo scenario unico dei trulli. Tra masserie, uliveti e gastronomia locale, è una zona ideale per unire relax e scoperta.
Recensione a cura di:Sandro Romano
Giornalista
Puglia