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Gio's Restaurant St. Regis Venice di Venezia

5.0/5
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  • Migliori Ristoranti
  • Prezzo medio: € 35,00 - € 55,00
  • P.za San Marco, 2159 - 30124 Venezia (VE)
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Ristorante verificato

Gio's Restaurant St. Regis Venice: l'esperienza raccontata da Massimo Penna

Cibo
5/5
Eccellente
Servizio
5/5
Eccellente
Atmosfera
5/5
Eccellente
Tradizione / Innovazione
20% / 80%
Fortemente orientati all'innovazione

A Venezia, dove tutto sembra già visto e fotografato all'infinito, aprire un ristorante fine dining capace di distinguersi davvero è un'impresa tutt'altro che scontata. Giuseppe Ricci, chef pugliese di Vieste, l'ha portata a termine con pazienza e senza clamore, trasformando il Gio's Restaurant del St. Regis Venice in uno dei ristoranti d'albergo più belli della città, affacciato sul Canal Grande, in una meta gastronomica cercata non solo dai turisti ma anche dai veneziani stessi. Da Gio's la cucina non insegue le mode né si accontenta della vista mozzafiato che ha in dote: costruisce un'identità precisa, fondata sull'incontro naturale tra due mondi lontanissimi, il Gargano pugliese e la Laguna veneta, tenuti insieme senza forzature da uno chef che ha attraversato Londra, Canneto sull'Oglio e Milano prima di trovare a Venezia la sua misura definitiva.

Storia del Gio's Restaurant di venezia un pugliese che porta il Gargano sul Canal Grande

Giuseppe Ricci nasce nel 1985 a Vieste, sul Gargano, quella penisola che si protende nel Mediterraneo come uno sperone, identificata più di ogni altra meta pugliese con il mare selvaggio, le grotte e i tramonti sull'Adriatico. La sua non è una vocazione precoce: l'alberghiero, come racconta lui stesso, arriva quasi per necessità, perché a Vieste lo sbocco principale è il turismo e i suoi genitori lo spingono a "imparare un mestiere".

È durante le prime stagioni da apprendista, nell'unico hotel a cinque stelle della zona, che incontra un cuoco davvero appassionato: la scintilla, una volta accesa, non si spegne più. Il salto di qualità arriva con la selezione per Londra, alle cucine del Galvin, dove Ricci scopre per la prima volta una brigata organizzata alla francese, trentadue cuochi, postazioni precise, gerarchie nette. Tre anni e mezzo al fianco di un sous chef che aveva attraversato le cucine di Marchesi, Ducasse e Robuchon gli insegnano soprattutto il valore assoluto del prodotto. Segue il Dorchester di Alain Ducasse, altri quattro anni come sous chef, dove matura la consapevolezza più importante della sua formazione: che la bellezza estetica di un piatto, senza una sostanza gustativa adeguata, resta vuota. Al termine dell'esperienza londinese, rifiuta un'offerta al Louis XV di Montecarlo per tornare in Italia con le idee chiarissime. Prima il Pescatore dei Santini a Canneto sull'Oglio, accanto a Nadia Santini, cucina di materia prima eccelsa ma percepita da Ricci come troppo istituzionale per il proprio carattere; poi una breve tappa all'Acanto di Milano; infine Venezia, dove tutto trova compimento.

Prima al Bauer, con Giovanni Ciresa, uno dei maestri che più hanno segnato la sua visione; poi quattro anni al Danieli; infine l'approdo definitivo al St. Regis, dove costruisce, in circa tre anni, la cucina più compiutamente sua, capace di trasformare un ristorante d'albergo in una destinazione gastronomica autonoma, cercata anche dalla clientela locale.

La sua cucina è il racconto di due luoghi opposti, Vieste e Venezia, il Gargano e la Laguna, l'Adriatico e il Tirreno, tenuti insieme senza artificio.

La selezione dei fornitori è meticolosa e senza compromessi, il pescatore di fiducia per il pesce di laguna e di mare aperto viene corteggiato con pazienza, i produttori dell'entroterra veneto cercati uno ad uno, visitati, conosciuti di persona, perché, come dice lo chef, "Venezia e i suoi dintorni sono ricchi di prodotti, bisogna lavorare molto per trovare quelli giusti, ma solo così si riesce a trasmettere il sapore vero all'ospite".

A completare l'esperienza, l'accoglienza di Domenico Piemontese, anche lui pugliese, originario di Mattinata, sul Gargano: un calore umano che non si impara nei corsi di formazione, e che in un contesto di lusso internazionale come il St. Regis fa la differenza tra essere ricevuti ed essere davvero attesi.

L'ambiente: un palazzo veneziano dal 1895, con il Canal Grande come arredo

Il St. Regis Venice occupa un angolo appartato e insieme centralissimo della città: nascosto a due passi da Piazza San Marco, vicinissimo ai luoghi più celebri di Venezia eppure beatamente isolato dalla loro ressa. L'ingresso è quasi invisibile, sobrio, in delicato contrasto con la raffinatezza mai ostentata degli interni che si dispiegano una volta varcata la soglia.

La storia dell'edificio comincia nel 1895, lo stesso anno della prima Biennale, quando qui aprì il Grand Hotel Britannia, primo albergo veneziano a offrire l'elettricità a tutti gli ospiti. Nel tempo la struttura cresce, incorpora altri edifici e un giardino in stile Belle Époque, diventa Europa & Regina, prima di chiudere per una ristrutturazione milionaria conclusa nell'ottobre 2019 e riaprire sotto il marchio St. Regis, uno dei più prestigiosi del gruppo Marriott. Cinque palazzi interconnessi, il più antico dei quali è il Palazzo Badoer Tiepolo del Seicento, 130 camere e 39 suite, molte affacciate direttamente sul Canal Grande con vista su Punta della Dogana e la Basilica di Santa Maria della Salute.

Il restauro, firmato dallo studio londinese Sagrada Interior Design, ha lavorato per restituire all'edificio la propria identità veneziana: pavimenti in marmo, tessuti artigianali, continui rimandi all'architettura di Carlo Scarpa.

Le aree comuni custodiscono una collezione d'arte contemporanea di rara qualità, che ruota nel tempo; la presenza più imponente è il "White Chandelier" di Ai Weiwei nel Grand Salon, una sfera di luce avvolta da grandi viticci di vetro realizzata a mano in collaborazione con i maestri artigiani dello Studio Berengo di Murano, un dialogo riuscito tra arte contemporanea e tradizione millenaria del vetro veneziano.

Il ristorante prende il nome da San Giorgio Maggiore, l'isola che si scorge dall'altra parte del canale, uno dei panorami più celebri della Serenissima: un omaggio diretto al paesaggio che incornicia ogni tavolo. Tre grandi finestre si affacciano sul Canal Grande, la terrazza esterna scende quasi a pelo d'acqua, e la Monet Room, un salottino privato ricavato all'interno del ristorante, offre uno spazio più raccolto per le occasioni intime.

L'arredo rispecchia la filosofia dell'hotel, eleganza sobria, materiali veneziani, dialogo continuo tra tradizione della Serenissima e contemporaneità mai aggressiva ma il vero protagonista resta il Canal Grande che scorre fuori, con la Basilica della Salute che si staglia sull'acqua e le luci di Venezia che si riflettono al tramonto: uno spettacolo difficile da distogliere lo sguardo anche quando arriva il piatto.

La degustazione: quando la Puglia incontra la Laguna

Domenico ci accomoda a un tavolo affacciato sul Canal Grande e il menù si apre con uno Champagne Réserve Brut di Charles Heidsieck e un giro di eleganti assaggi di benvenuto: crostoni di pane al pepe nero con crema di acciughe, foglie di sedano, rucola macerata al limone e rafano; cialde con rapa rossa di Chioggia e capperi; un fiore di zucca cotto al forno ripieno di ricotta e garum di alici, con lo stelo ricavato da zucchine marinate a menta e prezzemolo.

Il Sauvignon "Vulcaia Fumé" di Inama introduce il crudo di tonno rosso del Mediterraneo, servito con estratto di pomodoro, olio d'oliva e origano, un piatto che richiama direttamente le radici pugliesi dello chef.

Segue un peperone cornetto ripieno di caciocavallo podolico e pomodori secchi, sormontato da una crema all'uovo e fiori di gelsomino, con alla base un intingolo di "griglia" costruito su tutti gli odori e i succhi del peperone bruciato: uno dei piatti più riusciti della serata.

Un Soave Classico 'Vintage' 2024 di Bertani accompagna due splendidi primi: tagliolini con salicornia, verbena e cicala di mare, e un riso con alloro, pompelmo e amazake, il fermentato di riso giapponese usato qui per amalgamare tutti i sapori in un unico respiro.

Eleganti e ben eseguite le seppioline di laguna leggermente scottate, servite con la salsa del loro fegato e il loro nero, salsa di acciughe, sponsali cotti al cartoccio e foglie di sedano agrumate, in abbinamento con il Vermentino di Sardegna 'Is Argiolas' 2024.

I cavalli di battaglia, i piatti da non perdere

La Paposcia con baccalà mantecato e polvere d'alloro, sintesi perfetta delle due anime della cucina di Ricci, e l'agnello di Alpago glassato con il proprio jus, limone e menta, accompagnato da una classica bombetta pugliese come contorno — un piatto che da solo racconta il ponte costante tra Gargano e Veneto. In abbinamento, un ottimo Barbaresco Bordini 2019 de La Spinetta, cantina piemontese di riferimento.

I dessert chiudono il percorso con un sorbetto a base di limone e finocchietto, pepe nero e uva fermentata, e un mostacciolo con cremoso al cioccolato speziato, con inserto di primitivo rosso e arancia ghiacciata, dolce lungo in bocca, sostenuto dal potente Primitivo di Manduria Chicca dell'azienda vinicola Varvaglione, un'altra firma pugliese in chiusura di cena.

I vini in carta: la selezione accompagna con naturalezza il doppio registro della cucina, alternando etichette venete e italiane di riferimento, Inama, Bertani, Argiolas, La Spinetta, a vini pugliesi identitari come il Primitivo di Manduria, in coerenza con un percorso gastronomico che non nasconde mai le proprie due radici geografiche.

I dintorni: Venezia oltre il tavolo, tra arte, canali e isole

Il St. Regis si trova in una posizione privilegiata, appartata ma a pochi passi da Piazza San Marco: da lì si raggiungono a piedi la Basilica di San Marco con i suoi mosaici bizantini, il Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, tappe obbligate per chi visita Venezia per la prima volta.

Attraversando il Canal Grande, quasi di fronte al ristorante, si staglia la Basilica di Santa Maria della Salute, capolavoro barocco di Baldassarre Longhena, con accanto Punta della Dogana, oggi sede di una delle collezioni d'arte contemporanea più importanti della città, curata dalla Fondazione Pinault.

Una passeggiata lungo le Zattere, il lungomare che costeggia il canale della Giudecca, regala una Venezia più quieta e residenziale, lontana dai flussi turistici principali, ideale per un caffè o un aperitivo al tramonto.

Da qui è comodo anche raggiungere le Gallerie dell'Accademia, scrigno della pittura veneta dal Trecento al Settecento, e la Collezione Peggy Guggenheim, ospitata nell'insolito palazzo incompiuto sul Canal Grande, tra le raccolte di arte del Novecento più visitate d'Europa.

Vale la pena dedicare una mattina al Ponte di Rialto e al mercato omonimo, cuore commerciale della città fin dal Medioevo, per poi perdersi nel dedalo di calli di San Polo e Santa Croce, tra botteghe artigiane e piccoli bacari dove fermarsi per un'ombra di vino e qualche cicchetto.

Chi ha più tempo a disposizione può prendere un vaporetto per le isole della laguna: Murano, patria millenaria della lavorazione del vetro, la stessa tradizione richiamata dal lampadario di Ai Weiwei nel Grand Salon del St. Regis, e Burano, con le sue case colorate e la tradizione del merletto, sono entrambe raggiungibili in poco più di mezz'ora e offrono un volto di Venezia completamente diverso da quello del centro storico.

Per chi soggiorna al St. Regis, infine, una tappa quasi obbligata è l'Arts Bar dell'hotel, con la sua atmosfera jazz e la terrazza esterna, o la Ginori Terrace, punto d'incontro informale per veneziani e ospiti: due modi diversi di prolungare la serata restando affacciati sull'acqua che rende Venezia unica al mondo.


Foto  Massimo Penna Recensione a cura di:
Massimo Penna

Puglia



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